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Un libro chiamato Garibaldi

Origine e curiosità della mappa che racconta i grandi giri

diMarco Pasquini
in Bicicultura
Tempo di lettura: 4 minuti
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Immergiamoci per un momento nella notte che precede la partenza di un Giro d’Italia degli Anni ’10.

Pensiamo ai corridori che pedalano con il solo lume e le chiare stelle, seguendo qualche vago riferimento di una casa o di un passaggio a livello. Naturale chiedersi: «E se mi perdo? Ritroverò la strada?». Domande legittime, se ripensiamo a quanto ha raccontato Saronni su BE63 per il nonno Tito e l’amico Libero Ferrario, corridori degli Anni ’20: «Anche fare 10 km o andare in città era un viaggio verso l’ignoto». Figurarsi girare l’Italia in lungo e in largo, con partenze in notturna e intere giornate in sella. Serviva una guida che fosse più di una semplice linea tracciata su una carta geografica del Touring. La necessità di conoscere gli incroci, oltre che la direzione. Gli attraversamenti ferroviari, i guadi dei fiumi là dove non c’erano ponti e più avanti le strade di montagna. Vero, c’erano molte auto al seguito, ma una traccia, un percorso, non solo ideale, erano necessari.

Il fratello maggiore francese non adotta questa soluzione e non è il modello da seguire. Fin dalla prima edizione (1903) nelle pagine dell’Auto viene pubblicata solo una cartina del percorso della Grand Boucle e l’elenco dei corridori partecipanti. Non si evolve mai in un opuscolo a parte come avviene invece per l’edizione italiana. Le cartine sono dei veri e propri disegni artistici, al limite di opere miniate, ma lì si ferma. La corsa rosa, già dal 1909, parte da quell’idea (cartina più elenco partecipanti) e va oltre. Nel giro di poche edizioni pubblica un almanacco che raccoglie il percorso e una serie di informazioni tecniche, via via sempre più dettagliate.

Armando Cougnet, dopo l’uscita di scena di Costamagna e Morgagni (i tre che avevano messo in piedi il Giro d’Italia per la Gazzetta dello Sport), resta al vertice dell’organizzazione con il supporto dei direttori della Gazzetta (Emilio Colombo e Bruno Roghi). Cougnet crede in questo libro di corsa, dove presenta le strade e le difficoltà delle varie tappe e inserisce anche note utili ai direttori sportivi. Si può immaginare che l’almanacco sia particolarmente gradito ai partecipanti del Giro e la sua pubblicazione sia sempre attesa con curiosità. A Cougnet dal 1946 si affianca Vincenzo Torriani, che dal 1948 ne eredita la direzione. Torriani fa fare un ulteriore salto all’organizzazione del Giro e con esso al volume di accompagnamento. Introduce le presentazioni del Giro e in quelle occasioni viene già distribuito il libro. Alle note di strada si aggiungono quelle storiche e degli anniversari con disegni e rappresentazioni.

L’ORIGINE DEL NOME

Arriviamo così al 1961, occasione del Centenario dell’Unità d’Italia. È durante questo Giro (poi vinto da Arnaldo Pambianco) che comincia a circolare per la prima volta il nome di “Garibaldi” riferendosi all’almanacco. Narra la leggenda che la copertina del volume del 1961 riportasse dei bersaglieri e tra le sue pagine un ritratto di Giuseppe Garibaldi, eroe nazionale e uno dei fautori dell’Unità d’Italia. Pian piano tra i direttori sportivi e gli addetti ai lavori si cominciò a far riferimento al manuale con quell’appellativo: «Mi passi il Garibaldi…».

Via via che il ciclismo cambia anche l’almanacco si evolve, pur mantenendo intatta la sua radice antica di dispensatore di notizie sul percorso della corsa rosa. Intanto dal 1952 alla Gazzetta ha cominciato a lavorare Cesare Sangalli, giovanissimo disegnatore dalla grande mano tecnica. A lui si devono tutte le rappresentazioni delle altimetrie delle tappe e l’adattamento delle cartine con il percorso che ancora oggi ricordiamo. Il suo tratto segna profondamente un altro passaggio evolutivo del “roadbook” in rosa.

Racconta Sangalli a Pino Lazzaro nel volume “In punta di pennino”: «Ero abbonato al Touring fin da studente (1936), era da lì che partivo con i miei lavori; per me le loro cartine sono tuttora le migliori, anche per la chiarezza e la leggibilità: anche per chi non è esperto è facile orientarsi. Lì alla Gazzetta mi davano le indicazioni delle tappe, qualche volta anche le montagne che dovevano essere scalate. Lavoravo la sera, di solito al sabato: facevo le tabelle di marcia, le planimetrie e le altimetrie di tappa, il dettaglio della zona d’arrivo e di partenza, un po’ quel che si fa ancora adesso insomma, solo che oggi è tanto più dettagliato».

Arriviamo ai giorni nostri, quando alla versione cartacea, sempre utile per i direttori sportivi, si affianca, per la gioia degli appassionati, la versione digitale. Non di rado nei quartieri di tappa di partenza o arrivo capita di avere a disposizione una versione mignon del Garibaldi, piacevole ricordo della giornata. In piccolo c’è tutto, dal percorso completo al grafico degli ultimi chilometri, alle pendenze delle singole salite. Il tutto condito dalle pagine dedicate allo sponsor abbinato.

Nonostante la tecnologia tramite le tracce GPS abbia fatto passi da gigante, l’almanacco della rosea resta un’istituzione che non può mancare a chi si occupa di ciclismo. I DS, prima di andare a fare le ricognizioni delle tappe con i propri corridori, studiano attentamente sul Garibaldi il percorso, magari annotando a mano un punto utile per qualche attacco o strategia. Da quella prima traccia sulla cartina del Touring Club alla traccia online, ma sempre nella traccia della tradizione, il Garibaldi resta nei secoli fedele, come l’Arma, al suo compito di guida e riferimento per ciclisti e appassionati.


A cura di: Marco Pasquini inbarbaallebici.wordpress.com Foto: Archivio Fotografico Carlo Delfino


 

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Tag: BE63garibaldi

Marco Pasquini

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