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Home News Bicicultura

Scrittori Romagnoli in bicicletta

Quando pedalare è una grande forma di ispirazione

di Paolo Amadori
30 Maggio 2024
in Bicicultura
Tempo di lettura: 5 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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La storia della bicicletta è nota. Meno nota, forse, è la letteratura della bicicletta.

Il nuovo veicolo trova attorno al 1890 la sua linea definitiva, senza tener conto delle molteplici innovazioni successive. Il Touring Club Ciclistico Italiano nasce quattro anni dopo, scritti letterari sul nuovo mezzo di trasporto appaiono sul principio del Novecento.

Sono appunto del principio del Novecento i due poemetti letterari in latino “Bicyclula” e “In re ciclistica Satan” di Luigi Graziani (Bagnacavallo 1838 – Lugo 1916), latinista di fama internazionale. I due poemetti, il primo del 1899, il secondo del 1902, ebbero la magna laude nelle annue gare poetiche di Amsterdam. Essi sono ravvivati da episodi e scene familiari e patriottiche, da ammirarsi, scriveva il Carducci, «per novità d’invenzione, per verità e modernità di rappresentazione». Questo umanista romagnolo, degno di essere ricordato accanto al Pascoli, è stato un vero e genuino cantore della bicicletta. Di questi poemetti si hanno traduzioni in italiano a cura di Vittorio Ragazzini, in “La bicicletta” e “Satana nel ciclismo”.

Sempre negli ultimi anni dell’Ottocento e primissimi Novecento, sarebbe da aspettarsi che il trinomio Carducci-Pascoli-D’Annunzio offrisse vasta e celebre materia a questo tema. Invece, no. Nessuna traccia in Carducci più che vecchio, malato, né in D’Annunzio che forse sdegnava l’umile mezzo e preferiva la potente automobile (anche se al Vittoriale è esposta una bicicletta e ve ne parleremo, ndr). Solo Giovanni Pascoli (San Mauro Pascoli 1855 – Bologna 1912) ha avuto qualche rapporto con lo sport ciclistico, dato che apparteneva all’Audax, società sorta a Roma nel gennaio 1898.

Pascoli nei “Canti di Castelvecchio”, che sono dei primi del Novecento, scrive una poesia a “La Bicicletta”:

Mia terra, mia labile strada,

sei tu che trascorri o son io?

Che importa? Ch’io venga o tu vada,

non è che un addio!

Ma bello è quest’impeto d’ala,

ma grata è l’ebbrezza del giorno.

Pur dolce è il riposo … Già cala

La notte: io ritorno.

La piccola lampada brilla.

Per mezzo all’oscura città.

Più lenta la piccola squilla

Dà un palpito, e va …

Dlinn … dlinn …

Da tali versi sembrerebbe che il poeta avesse fatto una lunga corsa in bicicletta, dal mattino alla sera. Sappiamo invece, per testimonianza della sorella Mariù, che egli non andava in bicicletta e perciò la lirica deve considerarsi come opera di pura fantasia. Il Pascoli dunque nell’Ottocento ha solo brevemente inneggiato alla bicicletta.

Ma il vero cantore del cavallo d’acciaio, il capostipite della letteratura ciclistica fu Olindo Guerrini (Forlì 1845 – Bologna 1916) poeta, scrittore e gastronomo italiano. Nel 1901 uscì, nella collana dei Semprevivi del Giannotta in Catania, un volumetto di L. Stecchetti (suo pseudonimo) che potrebbe dirsi il codice del ciclismo. “In Bicicletta”, questo il titolo, contenente vari scritti di argomento ciclistico. Parecchi di questi erano nel 1901 già invecchiati, tuttavia lo scrittore li aveva raccolti da giornali sportivi, come memoria e testimonianza di un’epoca di formazione e di transizione, dalla quale il ciclismo di quella fine di secolo era uscito vincitore.

«Non c’è arte al mondo che possa esprimere il piacere, direi quasi la voluttà, della vita libera, piena, goduta all’aperto, nelle promesse dell’alba, nei trionfi dei meriggi, nella pace dei tramonti, correndo allegri, faticando concordi, sani, contenti»: così si esprimeva con la prosa del tempo alternata a poesie l’autore nel libretto.

UN’ISPIRAZIONE COSTANTE

Ecco Alfredo Panzini (Senigallia 1863 –Roma 1939), che fu sepolto per suo desiderio a Canonica di Santarcangelo di Romagna, il quale scrive nelle divagazioni in bicicletta di “Lepidia et tristia”: «…Ho messo da parte i libri e sono saltato in bicicletta. Io dunque, o cara Patria, ti cercherò nel colore del tuo mare, nei profili dei tuoi monti, nel profumo dei tuoi fiori e dei tuoi campi». E rivela il suo modo di comporre, la tecnica del suo scrivere, l’origine di certi suoi libri, come “Piccole storie del mondo grande” e “La lanterna di Diogene”: «Così un bel giorno decisi di portare con me lapis e carta e le fermavo (idee) con una parola, con un segno grafico che poi valesse a ricordarmene e ordinarle».

Anche Alfredo Oriani (Faenza 1852 – Casola Valsenio 1909) scrittore, poeta e storico, si presenta ed emerge come ciclista e scrittore in materia, nell’ultimo decennio dell’800, quando ha superato la quarantina. Confessa egli nel volume “La Bicicletta” di aver imparato a pedalare nell’estate del 1894. Il libro uscì nel 1902, comprendendo nove articoli (“L’idea”) e quattro novelle (“Il velocipede”, “La bicicletta”, “Il tandem”, “Il triciclo”), delle quali alcune veramente belle, e la narrazione di un viaggio ciclistico (“Sul pedale”) – «Trenta luglio 1897, si parte da Faenza per Forlì, di qui si lascia la Via Emilia e su per l’Appennino. Si discende per i Mandrioli nel Casentino, si tocca la Verna, si attraversa Arezzo, si raggiunge Siena, e via per Pisa, Pistoia, Bologna e di nuovo a Faenza» – forse di mille chilometri.

Scrive ancora Oriani: «Virgilio cantò il cavallo, Monti il pallone, Carducci il vapore, molti la nave, nessuno ancora la bicicletta». Ora, non più. Anche nell’ispirazione dialettale romagnola, a buon diritto non mancano accenni ciclistici in qualche poesia di Aldo Spallicci (Bertinoro 1886 – Premilcuore 1973).

In ultimo, ma non per ultimo vogliamo ricordare Marino Moretti (Cesenatico 1885 – Cesenatico 1979) poeta, romanziere e drammaturgo. Moretti rappresenta un curioso episodio ciclistico: entra di straforo nella letteratura della bicicletta, egli che non è mai stato ciclista. In un suo libro poco conosciuto, “Parole e musica”, si trova un capitoletto intitolato “Non so andare in bicicletta”, dove racconta come e perché sua madre si fece promettere, anzi giurare, da lui giovinetto quindicenne, che non avrebbe mai imparato ad andare in bicicletta. Era il tempo in cui si credeva che il cavallo d’acciaio seminasse il terrore e la morte.

Suo fratello maggiore volle la bicicletta a tutti i costi, disgraziatamente morì a vent’anni e si diede la colpa alla bicicletta, ritenuta strumento, anzi veicolo, infernale. Fu allora che la madre di Marino per salvare lui, lo tenne lontano dall’idea della bicicletta. L’episodio, che dà il sapore dell’epoca fine ‘800 primi ‘900 merita essere narrato. Esso è ancora una prova del sospetto e dell’avversione con cui era accolto il ciclista (potenziale ladro) e della bicicletta (strumento diabolico).

Qui si chiude questa breve rassegna della letteratura ciclistica svoltasi entro i confini regionali da Bologna a Rimini agli inizi del secolo scorso, la quale poi fiorirà con scrittori e giornalisti di successo, al seguito di campioni che tanta gloria hanno dato a questo sport.

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UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO Da ieri, al Mu UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO

Da ieri, al Museo del Ghisallo, ente ormai iconico voluto da Fiorenzo Magni, che nel 2026 compie 20 anni, è presente anche un busto di Ottavio Bottecchia, il “Furlan de fer”, donato dall’autore stesso, Guido Merzliak, non solo scultore ma anche illustratore, vingettista, ecc. 

Merzialik ha testimoniato, visibilmente emozionato dal momento, la sua passione per “Botescià” e per il ciclismo eroico,  aiutato in questo dai racconti del giornalista e scrittore Claudio Gregori, firma storica del ciclismo. 

A scoprire il busto, il presidente del museo, Antonio Molteni, supportato dalla direttrice Carola Gentilini, curatori di questo luogo bellissimo che tutti gli amanti del ciclismo devono visitare.
ESTERMANN OLYMPIA 1980 Disegnata dal vento e dall ESTERMANN OLYMPIA 1980

Disegnata dal vento e dalla passione di Leogard Estermann, detto "Leo", questa bicicletta da pista realizzata in Svizzera, a Zurigo, è un capolavoro di tecnologia e di estetica che ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ve la racconta Michael Walser del Velomuseum Rehetobel di Appenzell Ausserrhoden (CH) con la collaborazione di Jonas Becker. Un articolo da non perdere!

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ESTERMANN OLYMPIA 1980

Designed by Leogard Estermann, known as ‘Leo’, and inspired by the wind and his passion, this track bike, manufactured in Zurich, Switzerland, is a masterpiece of technology and aesthetics that won the gold medal at the 1980 Moscow Olympics. Michael Walser from the Velomuseum Rehetobel in Appenzell Ausserrhoden (CH) tells the story, with the collaboration of Jonas Becker. An article not to be missed!

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FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO" Ci sono FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO"

Ci sono campioni che dominano la scena sin dall'inizio della carriera e altri che ci arrivano con la maturità. È il caso di Franco Chioccioli, "Coppino" per la stampa e i tifosi, vincitore a 32 anni del Giro d'Italia del '91 con una strepitosa tappa sul Pordoi.

Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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FRANCO CHIOCCOLI: THEY CALLED HIM ‘COPPINO’

Some champions dominate the scene right from the start of their careers, whilst others only reach their peak later on. This was certainly the case for Franco Chioccioli, known as ‘Coppino’ to the press and fans, who won the 1991 Giro d'Italia at the age of 32 with a sensational stage victory on the Pordoi.

Marco Pasquini tells the story in Biciclette d'Epoca, now on newsstands.

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BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949 Q BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949

Questa bicicletta è nata per scrivere nel mito. Per questo abbiamo voluta raccontarla dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica con Paolo Amadori, da quello storico con Carlo Delfino e da quello puramente tecnico grazie a Michele Asciutti del Registro Storico Cicli.

Un approfondimento corposo che permette di capire le logiche della Squadra Corse Bianchi alla fine degli Anni '40, per una bicicletta che è stata la prima a montare il cambio Campagnolo "Tipo nuovo", che si sarebbe poi chiamato Parigi-Roubaix a partire dalla vittoria di Coppi alla Pascale del 1950.

Un grazie anche Carsten Rademarcher, proprietario di questa bicicletta, al fratello Dirk per le foto e a corsaclassic.com per il costante supporto.

Solo su BE76, disponibile adesso!

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This bicycle was built to become a legend. That is why we wanted to explore it from the perspective of technological evolution with Paolo Amadori, from a historical perspective with Carlo Delfino, and from a purely technical perspective thanks to Michele Asciutti of the Registro Storico Cicli.

A comprehensive analysis that sheds light on the philosophy of the Bianchi Racing Team in the late 1940s, for a bicycle that was the first to feature the Campagnolo “Tipo nuovo” derailleur, which would later be named the Paris-Roubaix following Coppi’s victory at the 1950 Easter Classic.

Special thanks also to Carsten Rademarcher, owner of this bicycle, to his brother Dirk for the photos, and to corsaclassic.com for their constant support.

Exclusively on BE76, available now!

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VINTAGE BICYCLES 76 IS AVAILABLE WORLDWIDE ON AMAZ VINTAGE BICYCLES 76 IS AVAILABLE WORLDWIDE ON AMAZON!

Dear friends, we are finally ready with the English version of our magazine, ‘Vintage Bicycles 76’, available from today worldwide in print, available to buy on Amazon and ready to be delivered straight to your door.

The cover, which differs from the Italian edition, is dedicated to a stunning bicycle: the 1949 Bianchi Leggerissimo Squadra Corse, one of those made available to Fausto Coppi for 1950, on which he won his first and only Paris–Roubaix.

The very first bicycle ever to feature the Campagnolo ‘Tipo nuovo’ derailleur, which, following that victory, would come to be known as the ‘Paris-Roubaix’.

One of the many stories not to be missed on our pages!

Anyone who loves cycling and vintage bicycles simply must have ‘Vintage Bicycles’!

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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
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