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Home News Bicicultura

Turisti non per caso – II parte

La bicicletta madre del turismo di massa

di Alfredo Azzini
15 Dicembre 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 9 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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Nella prima parte abbiamo affrontato l’aspetto tecnico analizzando tutta l’attrezzatura meccanica e personale che doveva avere il perfetto cicloturista a cavallo dei due secoli. Ora è il momento di vedere la logistica del viaggio e il suo svolgimento

6) pianificare il viaggio

Una volta attrezzata la bicicletta, acquistati gli effetti personali, procurati gli accessori indispensabili e con nell’armadio gli abiti più opportuni, si poteva finalmente pianificare il viaggio. Questa operazione non consisteva solamente nell’identificare i luoghi da visitare, stabilire la miglior strada per raggiungerli, prenotare gli alberghi dove soggiornare, approntare il bagaglio leggero da portare con sé e il bagaglio pesante da spedire, si doveva anche scegliere gli eventuali compagni di viaggio.

Quest’ultima attività non era delle più semplici, dato che la scelta dei compagni di viaggio era determinante per il buon esito dell’avventura ciclistica. Solitamente la scelta avveniva tra gli amici del club con cui si era usi fare passeggiate o piccole escursioni. Vi fu però chi metteva in guardia sulla scelta dei compagni consigliando che gli stessi fossero rigorosamente maschi: la parità di genere era cosa sconosciuta, infatti le compagne era meglio evitarle. I componenti del gruppo non dovevano mai essere più di tre, perché se si era di più era più difficile andare d’accordo (ecco la prova che il mondo evolve ma non cambia) ma soprattutto la cosa irrinunciabile era condividere l’itinerario prima di partire. Questi consigli, presenti soprattutto sui baedeker inglesi, non erano troppo praticati dagli italiani che, rivolti probabilmente a maggiore giovialità, sostenevano che «Il motto dei misantropi “Poca brigata, vita beata” non è stato creato per i ciclisti». Infatti numerose erano le escursioni organizzate in comitiva, come avveniva con i convegni ciclistici del Touring Club Ciclistico Italiano.

Esisteva, e crediamo esista ancora oggi, una solidarietà ciclistica che già il Grioni così rilevava nel suo manuale del 1910: «Se ad un ciclista capita di litigare per istrada, state pur certi che si trovano subito dieci altri ciclisti disposti – almeno – a dargli il minor torto possibile. Il fenomeno ha ragioni storiche. Il velocipedismo è passato a traverso un’epoca di persecuzione e di odio, tanto ingiustificato ed irragionevole quanto profondo».

Le escursioni e ancor di più i lunghi viaggi avevano bisogno di un soggiorno alberghiero la cui prenotazione avveniva tramite lettera e più raramente tramite telegramma. Il bagaglio leggero di uso quotidiano veniva riposto nelle borse di tela poste a cavallo della canna orizzontale del velocipede e sul manubrio. Il bagaglio contenente il cambio dei capi intimi, le scarpe di scorta e l’abito per le soirée era invece inviato al fermo posta o presso gli alberghi dei maggiori centri visitati, quelli muniti di ferrovia, dove solitamente erano previste le più lunghe soste.

Il periodo di sviluppo del velocipede coincise quasi esattamente con quello della nascita ed evoluzione di un’altra grande invenzione: la fotografia. Risalgono infatti al 1816 i primi esperimenti di Nicéphore Nice per ottenere la riproduzione di immagini su lastre. A fine Ottocento la fotografia aveva fatto passi da gigante per cui molti velocipedisti amavano documentare i loro viaggi con scatti fotografici dell’epoca. L’esigenza del ciclista era puramente documentaristica e hobbistica, per cui dovette adattare al meglio il poco spazio a disposizione per porre sul mezzo l’ingombrante attrezzatura, che però si stava già compattando grazie alla costruzione della Kodak Model Eastman 1 a partire dal 1888 e della Model 2 a partire dal 1896.

A parte il trasporto con lo zaino caricato sulle spalle del ciclista, vennero consigliati svariati altri modi per portare con sé in bicicletta la preziosa attrezzatura fotografica. Se si facevano viaggi brevi si poteva riporla in una borsa appositamente costruita e applicata alla canna orizzontale della bicicletta. Ma se il viaggio era lungo, essendo quello lo spazio destinato ad accogliere la valigia principale, alla macchina fotografica non restava che passare su un portapacchi posto sulla forcella anteriore o posteriore. «È certo preferibile la posteriore, poiché l’apparecchio è esposto a meno forti scosse», come diceva il Grioni.

Le macchine fotografiche dell’epoca utilizzavano tempi di esposizione lunghissimi per cui era impossibile effettuare scatti a mano libera. Vi era quindi la necessità di uno stativo e la bicicletta si prestava benissimo a questa funzione, bastava mettere sulla canna orizzontale del telaio un supporto verticale di sostegno della fotocamera e un altro obliquo poggiante a terra con funzione di cavalletto. Franz Lenz, il pedalatore americano che iniziò il viaggio intorno al mondo nel 1892, utilizzò proprio la fotocamera Kodak per documentare la sua impresa. La macchina era posizionata in uno zaino rigido. Per la cronaca, Lenz non fece mai ritorno in patria e si persero le sue traccie in Armenia, ma questa è un’altra storia.

Il viaggio poteva prevedere anche la percorrenza di tratti in treno. Le biciclette potevano essere trasportate come semplici bagagli senza necessità della contemporanea presenza del ciclista sul treno: in questo caso la tariffa applicata agli inizi del XX secolo era la stessa dei bagagli. Se la bicicletta era invece al seguito del ciclista sullo stesso treno, vi era una tariffa differenziata che era progressivamente decrescente oltre i 151 km di percorrenza. Solo i soci del Touring Club, grazie alla convenzione con le Regie Ferrovie Italiane, potevano spedire la bicicletta completa dei seguenti accessori: fanale, targhetta della tassa sui velocipedi, borsetta, pompa e campanello. In caso di rottura o furto il risarcimento avveniva nel rispetto di massimali anche piuttosto alti che però non coprivano il costo di sostituzione dell’oggetto rotto o sottratto.

7) Finalmente in viaggio

Sia la stampa periodica che le guide erano prodighe di consigli su come affrontare il viaggio anche sotto l’aspetto della forma fisica: «Una delle condizioni principali per compiere un viaggio senza stancarsi è quella di ben regolare la marcia. […] Il proporzionare quindi la via da percorrere, cioè il lavoro che si deve fare, alle proprie forze, è della massima importanza per velocipedista».

Durante il viaggio era consigliato ridurre l’affaticamento con soste, almeno ogni 25 chilometri, della durata anche di soli dieci o quindici minuti. Fondamentale era la tempistica del viaggio. «Per la marcia si sceglieranno le ore meno calde della giornata: la primavera e l’ottobre sono per questo riguardo le stagioni più convenienti. […] Nell’estate si potrà viaggiare nelle prime ore del mattino, e in quelle verso il tramonto perché altrimenti nelle ore calde, oltre non gustare il viaggio per l’eccessivo calore, si corre pericolo di un’insolazione».

Anche la gestione dei pasti era di primaria importanza per il ciclista turista. Si sconsigliava di partire a stomaco vuoto e di mettersi a pedalare subito dopo aver assunto un pasto in quanto «Tanto nell’un caso quanto nell’altro, sono facili le vertigini, gli svenimenti ed i gravi disturbi della circolazione». Una pedalata costante e prolungata porta, senza dubbio, anche un notevole appetito. Ecco quindi gli opportuni consigli per la qualità del cibo che doveva essere «Un nutrimento sostanzioso, ma facilmente digeribile, senza aggravarsi lo stomaco con cibi indigesti, che contengano quantità eccessiva di fecole e di sostanze grasse. La carne arrostita, le uova ed il latte, che si trovano facilmente ovunque, potranno essere una risorsa per il turista in viaggio. Alle bevande alcooliche, che aumentano apparentemente la resistenza alla fatica, non consigliamo di ricorrere”.

Il pasto più sostanzioso era da farsi alla sera. E finalmente, dopo aver acquistato riviste e manuali, averne seguito i numerosi consigli, allestito l’anticavallo, per dirlo alla Gianni Brera, essersi abbigliati, essersi attrezzati, aver scelto i compagni di viaggio ed essere partiti attraverso strade polverose senza indicazioni stradali, con uno sforzo notevole, il nostro velocipedista giungeva all’agognata meta in perfetta eleganza con tanto di gilet, giacca e scarpe pulite, perché se solo fosse entrato in albergo con le scarpe sporche o peggio ancora in maniche di camicia, avrebbe rischiato di non vedersi consegnare le chiavi della stanza anche se già prenotata.

8) Non tutti erano uguali

I ciclisti di oggi, per evoluzione naturale, si sono diversificati in base all’uso che fanno della bicicletta, la quale si è essa stessa differenziata per adattarsi alle diverse esigenze. Così abbiamo bici da corsa, da cicloturismo o ancora le Mountain Bike, le down hill bike, le gravel, le citybike, ecc. Nel XIX secolo i ciclisti si suddividevano solo in due grandi categorie, corridori e turisti, con differenze minime tra le due categorie di biciclette. Chi organizzava eventi turistici, magari anche di più giorni, aveva però l’esigenza di identificare le capacità pedalatorie dei vari partecipanti per poterli opportunamente gestire. Il problema fondamentale era quello di riunire persone con capacità omogenee di resistenza onde evitare ritardi ai più esperti, difficoltà ai meno esperti e tensioni per tutti. Sarebbe stato assolutamente impossibile gestire un tour unendo ciclisti esperti e veloci con altri inesperti e lenti. Tanto meno si poteva far affidamento su quelle che oggi chiameremmo autocertificazioni, perché si era certi che tutti si sarebbero autocertificati esperti, veloci e veterani. L’organizzatore: «Deve soprattutto tener conto della forza di resistenza media dei componenti la comitiva, in modo da non costringere i propri compagni meno abili e resistenti a sforzi penosi, evitando al tempo stesso di obbligare i più forti a un incesso funebre».

Per ovviare a queste difficoltà organizzative nacquero i cosiddetti brevetti, una sorta di certificazione ufficiale, che veniva data da un’associazione come il TCCI o l’Audax al candidato che superava prove ciclistiche basate sul tempo impiegato a percorrere un certo chilometraggio. I brevetti del Touring si basavano sul tempo impiegato a percorrere 100 km mentre per l’Audax la percorrenza era di 200 km. L’attività dell’Audax prese avvio il 12 giugno 1897, quando lo scultore Vito Pardo (Venezia 1872 – Roma 1933) con un gruppo di 11 amici partì da Roma all’alba con l’intento di raggiungere Napoli entro il tramonto. L’impresa ebbe successo e alcuni giorni dopo un gruppo di una ventina di ciclisti napoletani replicò il percorso in senso inverso.

L’evento non passò inosservato in quanto rispondeva alle esigenze di quella parte di velocipedisti che intendevano certamente fare turismo, come dal 1894 proponeva il Touring Club, ma non disdegnavano nemmeno l’impegno pedalatorio.
Insomma misero le basi dei randonnée, termine non a caso francese. L’Audax, che era una invenzione totalmente italiana, successivamente, grazie all’impegno dell’ideatore del Tour Henri Desgrange, divenne anche un club francese.

In effetti il risultato di quella pedalata Roma-Napoli portò lo scultore Vito Pardo a cogliere le numerose istanze di incentivare questi audaci eventi. Da lì alla fondazione dell’Audax il passo fu breve e già nel 1897 sorsero le prime sezioni. L’Audax venne fondato il 16 gennaio 1898, con sede centrale a Roma in via Piemonte 121. L’attività dell’associazione fu subito effervescente e Vito Pardo venne chiamato a svolgere le funzioni di direttore generale. Le adesioni crebbero rapidamente e nel 1903, con l’apertura della sezione di Rovereto, allora in Austria, si festeggiò l’apertura del club n° 100. Ma alla fine di quell’anno le sezioni saranno 111 e i soci 2.929. Le sezioni estere erano invece ben sette, di cui tre in Svizzera, una in Francia e tre in quell’Austria che diverrà poi italiana: Trento, Trieste e Rovereto.

L’attività dell’Audax consisteva essenzialmente nell’organizzazione di escursioni, o convegni come li chiamavano allora, da parte delle varie sezioni che andavano spesso a far visita alle città sede di altre sezioni. Vi furono poi degli eventi più rilevanti che coinvolsero molte sezioni a cui venne dato il nome di Marce. Un esempio fu quella organizzata dalla sezione milanese e dalla torinese, che prese avvio il 18 maggio 1902 da Milano alle 4 di mattina e che prevedeva una marcia di 540 km in 36 ore di cui 27 ore e 50 minuti di marcia e 8 ore e 10 minuti di soste. Le città toccate furono Crema, Brescia, Verona, Mantova, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Alessandria e arrivo a Torino.

Il 17 e 18 maggio 1903 la direzione centrale Audax organizzò un convegno nazionale a Roma di tutte le sezioni. L’arrivo nella capitale era previsto dopo aver percorso tappe giornaliere di 200 km. Dal 30 maggio al 2 giugno del 1911 si tenne la Gran Marcia del Ciclismo Nazionale con partenza da Torino in Piazza Castello e arrivo a Roma sul Ponte Milvio dopo aver percorso 825 km nel tempo massimo imposto di 47 ore e 50 minuti di marcia. Un’impresa che farebbe ancora oggi impallidire molti ciclisti. Nel primo Dopoguerra, questa associazione perse sempre più vigore e si estinse. Dalla seconda metà degli Anni ’20 l’attività di promozione del ciclismo divenne una prerogativa della più generale attività di propaganda dello sport svolta dal fascismo.

A conclusione di questo lungo excursus sui viaggi in bicicletta possiamo dire, con una punta di orgoglio per noi appassionati di storia dei velocipedi, che il turismo di massa si è sviluppato grazie alle due ruote pedalate. Il turismo, inteso come “lo spostarsi per diletto”, nacque in Italia grazie agli antichi romani che passavano le loro vacanze nel golfo di Napoli, o se erano al Nord sul Lago di Garda. Ricordiamoci che le grotte di Catullo sono una villa romana. Decadde poi nel Medioevo per essere rilanciato nel ‘700 come Grand Tour, ma solo verso la fine del XIX secolo si affermò come movimento di massa grazie proprio all’uso della bicicletta.

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Tag: BE58cicloturismo
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CIMATTI CORSA 1951 Prima di dedicarsi ai ciclomot CIMATTI CORSA 1951

Prima di dedicarsi ai ciclomotori, lo storico marchio bolognese fondato da Marco Cimatti ha realizzato biciclette di grande pregio, come questo modello del 1951 a cavallo tra corsa e sport e con un cambio unico. Dalla collezione di Alvaro Abbili e con la collaborazione di @Nova Unione Velocipedistica Italiana.

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CIMATTI CORSA 1951

Before turning its attention to mopeds, the historic Bolognese brand founded by Marco Cimatti produced bicycles of exceptional quality, such as this 1951 model, which straddled the line between racing and sport and featured a single-speed gearbox. From the collection of Alvaro Abbili, in collaboration with @Nova Unione Velocipedistica Italiana.

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ARIEL SUPERB LIGHTWEITGH 1912 Famosa per le motoc ARIEL SUPERB LIGHTWEITGH 1912

Famosa per le motociclette, l'inglese Ariel ha però iniziato il proprio percorso produttivo con le biciclette. Ve lo raccontiamo grazie a questa Ariel Superb Lightweight del 1912 appartenente ad Ariel Atzori (nomen omen), grande culture del marchio, che mostra anche la particolarissima tecnologia Biflex dei foderi!

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ARIEL SUPERB LIGHTWEIGHT 1912

Although famous for its motorcycles, the British firm Ariel actually began its manufacturing history with bicycles. We’ll tell you all about it thanks to this 1912 Ariel Superb Lightweight, owned by Ariel Atzori (a name that speaks for itself), a great connoisseur of the brand, which also showcases the highly distinctive Biflex technology of the chainstays!

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È un numero molto speciale quello che trovate in edicola in questi giorni! Girandolo, infatti, troverete uno speciale per celebrare i 10 anni di Eroica Montalcino, che andrà in scena il 31 maggio.

Una copertina dedicata e 8 pagine extra di voci, protagonisti e storia per festeggiare il primo decennio dell'Eroica di Primavera con tutte le sue bellissime strade bianche e i suoi paesaggi tra le strade del Brunello.

Una ragione in più per non perdere le 104 pagine di BE76, un numero unico adesso in edicola!

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You’ll find a very special issue of Vintage Bicycles available now. In fact, if you flick through it, you’ll discover a special supplement to celebrate the 10th anniversary of Eroica Montalcino, which takes place on 31 May.

A dedicated cover and 8 extra pages of features, key figures and history to celebrate the first decade of the Spring Eroica, with all its beautiful white roads and landscapes amongst the Brunello vineyards.

All the more reason not to miss the 104 pages of BE76, a unique issue now on newsstands!

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UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO Da ieri, al Mu UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO

Da ieri, al Museo del Ghisallo, ente ormai iconico voluto da Fiorenzo Magni, che nel 2026 compie 20 anni, è presente anche un busto di Ottavio Bottecchia, il “Furlan de fer”, donato dall’autore stesso, Guido Merzliak, non solo scultore ma anche illustratore, vingettista, ecc. 

Merzialik ha testimoniato, visibilmente emozionato dal momento, la sua passione per “Botescià” e per il ciclismo eroico,  aiutato in questo dai racconti del giornalista e scrittore Claudio Gregori, firma storica del ciclismo. 

A scoprire il busto, il presidente del museo, Antonio Molteni, supportato dalla direttrice Carola Gentilini, curatori di questo luogo bellissimo che tutti gli amanti del ciclismo devono visitare.
ESTERMANN OLYMPIA 1980 Disegnata dal vento e dall ESTERMANN OLYMPIA 1980

Disegnata dal vento e dalla passione di Leogard Estermann, detto "Leo", questa bicicletta da pista realizzata in Svizzera, a Zurigo, è un capolavoro di tecnologia e di estetica che ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ve la racconta Michael Walser del Velomuseum Rehetobel di Appenzell Ausserrhoden (CH) con la collaborazione di Jonas Becker. Un articolo da non perdere!

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ESTERMANN OLYMPIA 1980

Designed by Leogard Estermann, known as ‘Leo’, and inspired by the wind and his passion, this track bike, manufactured in Zurich, Switzerland, is a masterpiece of technology and aesthetics that won the gold medal at the 1980 Moscow Olympics. Michael Walser from the Velomuseum Rehetobel in Appenzell Ausserrhoden (CH) tells the story, with the collaboration of Jonas Becker. An article not to be missed!

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FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO" Ci sono FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO"

Ci sono campioni che dominano la scena sin dall'inizio della carriera e altri che ci arrivano con la maturità. È il caso di Franco Chioccioli, "Coppino" per la stampa e i tifosi, vincitore a 32 anni del Giro d'Italia del '91 con una strepitosa tappa sul Pordoi.

Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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FRANCO CHIOCCOLI: THEY CALLED HIM ‘COPPINO’

Some champions dominate the scene right from the start of their careers, whilst others only reach their peak later on. This was certainly the case for Franco Chioccioli, known as ‘Coppino’ to the press and fans, who won the 1991 Giro d'Italia at the age of 32 with a sensational stage victory on the Pordoi.

Marco Pasquini tells the story in Biciclette d'Epoca, now on newsstands.

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BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949 Q BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949

Questa bicicletta è nata per scrivere nel mito. Per questo abbiamo voluta raccontarla dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica con Paolo Amadori, da quello storico con Carlo Delfino e da quello puramente tecnico grazie a Michele Asciutti del Registro Storico Cicli.

Un approfondimento corposo che permette di capire le logiche della Squadra Corse Bianchi alla fine degli Anni '40, per una bicicletta che è stata la prima a montare il cambio Campagnolo "Tipo nuovo", che si sarebbe poi chiamato Parigi-Roubaix a partire dalla vittoria di Coppi alla Pascale del 1950.

Un grazie anche Carsten Rademarcher, proprietario di questa bicicletta, al fratello Dirk per le foto e a corsaclassic.com per il costante supporto.

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This bicycle was built to become a legend. That is why we wanted to explore it from the perspective of technological evolution with Paolo Amadori, from a historical perspective with Carlo Delfino, and from a purely technical perspective thanks to Michele Asciutti of the Registro Storico Cicli.

A comprehensive analysis that sheds light on the philosophy of the Bianchi Racing Team in the late 1940s, for a bicycle that was the first to feature the Campagnolo “Tipo nuovo” derailleur, which would later be named the Paris-Roubaix following Coppi’s victory at the 1950 Easter Classic.

Special thanks also to Carsten Rademarcher, owner of this bicycle, to his brother Dirk for the photos, and to corsaclassic.com for their constant support.

Exclusively on BE76, available now!

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VINTAGE BICYCLES 76 IS AVAILABLE WORLDWIDE ON AMAZ VINTAGE BICYCLES 76 IS AVAILABLE WORLDWIDE ON AMAZON!

Dear friends, we are finally ready with the English version of our magazine, ‘Vintage Bicycles 76’, available from today worldwide in print, available to buy on Amazon and ready to be delivered straight to your door.

The cover, which differs from the Italian edition, is dedicated to a stunning bicycle: the 1949 Bianchi Leggerissimo Squadra Corse, one of those made available to Fausto Coppi for 1950, on which he won his first and only Paris–Roubaix.

The very first bicycle ever to feature the Campagnolo ‘Tipo nuovo’ derailleur, which, following that victory, would come to be known as the ‘Paris-Roubaix’.

One of the many stories not to be missed on our pages!

Anyone who loves cycling and vintage bicycles simply must have ‘Vintage Bicycles’!

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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

Non perdetelo!
SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA We are del SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA

We are delighted to announce the release of our first-ever special issue featuring a ‘Variant’ cover.

This is a special edition of Vintage Bicycles 75 – the same issue you’ll find on newsstands or on Amazon featuring the Colnago Oval CX – but in this case, the cover showcases the 1979 Cunningham CC Proto. 

It is a tribute we wanted to pay to this hugely significant bicycle and to the article produced in collaboration with the Marin Museum and MTB legend Joe Breeze.

But that’s not all: to make this issue even more special, we’ve added a full 16 extra pages dedicated to iconic MTBs of the past: the 1985 Ritchey Team Comp, the 1990 Rauler, the Breezer Lightning and the 1996 AMP B4, masterfully described by our very own Fausto Delmonte.

A collector’s edition that we hope will appeal to the many enthusiasts of the ever-fascinating world of vintage MTBs!

NOW AVAILABLE IN ENGLISH ONLY AND EXCLUSIVELY ON AMAZON: LINK IN BIO TO PURCHASE
BIANCHI D1 PISTA 1902 Una bicicletta "misteriosa" BIANCHI D1 PISTA 1902

Una bicicletta "misteriosa" che apre il dibattito sull'evoluzione e le scelte tecnologiche della Bianchi a inizio del Novecento. Ne parliamo su BE75 dalla collezione di @fogagnolomarcello .

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BIANCHI D1 TRACK 1902

A ‘mysterious’ bicycle that opens the debate on Bianchi's evolution and technological choices at the beginning of the 20th century. We discuss it on BE75 from Marcello Fogagnolo's collection.

ACQUISTA/BUY BE75:https://linktr.ee/biciclettedepoca
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Biciclette d’epoca, registrata al tribunale di Milano il 19/12/2005 con il numero 970. ISSN: 2282-1902.
Autorizzazione ROC n° 6282 del 29/08/2001.
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Biciclette d’epoca, registrata al tribunale di Milano il 19/12/2005 con il numero 970. ISSN: 2282-1902 Autorizzazione ROC n° 6282 del 29/08/2001 Direttore responsabile: Luca Sprea