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Home News Bicicultura

Taurus o Victoria?

L'origine del nome di uno dei marchi più amati dai collezionisti d'epoca

di Alfredo Azzini
10 Febbraio 2021
in Bicicultura
Tempo di lettura: 6 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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Strano ed intrigante è il mondo delle biciclette tra Ottocento e Novecento. Così può avvenire, che mentre si stanno facendo delle ricerche sulle marche di velocipedi presenti a Coventry nell’ultimo decennio del XIX secolo, persi tra libri, manuali e cataloghi, si resti affascinati dalla quantità di fabbriche produttrici di biciclette che in quegli anni stavano vivendo la transizione dai grandi bicicli ai cicli safety frame.

Per completezza della ricerca occorre dare anche un’occhiata sul web così si apprende che la Triumph – fondata nel 1886 da Siegfried Bettman, nome tutto tedesco originario di Norimberga – verso la fine del secolo aprì una fabbrica succursale proprio in questa città. Coincidenza vuole che proprio alcuni giorni prima, mentre si facevano ricerche sul modello Premier Helical, si era appreso che anche questa azienda aveva aperto, sul finire del secolo, una succursale tedesca proprio a Nürnberg e che quel modello veniva realizzato con la tecnologia teutonica.

NORIMBERGA

La cittadina della Franconia non era quindi solo famosa per aver dato i natali a Albrecht Durer e per essere stata la vetrina del nazismo e del conseguente processo. E dal punto di vista industriale non doveva essere solo la capitale dell’industria del giocattolo ma doveva essere stata anche un importante centro dell’industria meccanica. Ulteriori ricerche portano alla scoperta che, oltre a Triumph e Premier, in questa città avevano sede anche la Hercules e la Mars, che dal 1896 convertì i suoi impianti dalla produzione di stufe a quella delle biciclette. Ciò che più sorprende, però, è la scoperta del marchio Victoria, altra fabbrica di Norimberga, con un logo molto familiare esattamente simile a quello dell’italiana Taurus.

Si impone quindi un approfondimento sulla Victoria Fahrrad Werke AG, questa la nomenclatura esatta della società che venne fondata nel 1886 da Max Frankenburger e Max Ottenstein, occupando da subito una ventina di operai. La produzione iniziale riguardò i bicicli a ruota alta e i tricicli tipici di quell’epoca, ma già dalla fine degli Anni ’80 dell’Ottocento produsse bicicletti di sicurezza. L’azienda crebbe rapidamente e sul finire del secolo arrivò a produrre oltre 11.000 biciclette all’anno. Insomma un vero colosso.

Nel 1897 la società si fece promotrice della costruzione e dell’apertura del Victoria Velodrom di Norimberga che venne utilizzato come struttura per l’insegnamento dell’uso del velocipede su una superficie di 2.300 mq dove si tennero anche eventi musical-ciclistici. All’inizio del nuovo secolo la società assunse la denominazione Victoria Werke AG e dal 1901 iniziò anche la produzione di motociclette. Dal 1905 e sino alla prima guerra mondiale vennero prodotte anche le vetturette note con il nome Doctor’s Cabriolet. L’azienda proseguì, tra le due guerre, nella produzione di biciclette e motociclette mentre nel secondo dopoguerra si dedicò alla ricostruzione motoristica della Germania producendo biciclette a motore. Oggi è uno dei leader mondiali di produzione di eBike.

E POI TAURUS

Il logo della Victoria, però, è sicuramente segno di qualcosa di più di una semplice coincidenza, per cui lasciamo un attimo la Germania per portare l’attenzione sulla Taurus, marchio dalla grande raffinatezza meccanica e costruttiva. La storia di questo brand è tra le più dibattute fra gli appassionati, divisi come novelli guelfi e ghibellini tra chi sostiene che il marchio è da sempre e solo italiano e chi invece inneggia alla sua origine teutonica. Complice di questa confusione è il fatto che la ricerca del marchio Taurus come produttore di biciclette in Germania non dà alcun frutto. Si trova infatti solo un marchio TWN (Taurus Werke Nürnberg) ma è un produttore di accessori per biciclette, facente parte della galassia Victoria Werke AG.

In Italia il marchio Taurus è usato dai fratelli Vittorio ed Umberto Fabbri di Pavia. Cercando oggi sul sito della Taurus si legge che l’azienda nacque nel 1908: «Fondata dagli ingegneri Vittorio ed Umberto Fabbri, la Taurus viene completamente realizzata in Italia, nello stabilimento milanese situato in Zona Vigorelli». Ma questa affermazione è una contraddizione storica in quanto basta guardare il catalogo della casa del 1913-1914 per vedere che le cose non sono andate così ma che Vittorio Fabbri agiva come concessionario della ditta di Norimberga e soprattutto che la concessionaria aveva sede a Pavia.

Nella seconda pagina del menzionato catalogo compare una bella immagine con il titolo «Stabilimenti Taurus a Nürnberg», ecco quindi palesarsi il fil rouge della nostra ricerca e il primo indizio per la ricostruzione storica, perché quella è la stessa immagine che compare nella pubblicità e sui cataloghi della Victoria Werke AG.

Altro indizio: il logo. Il brand della Victoria è rappresentato dalla mitologica Arpia con la scritta Victoria che lo percorre in obliquo con la parte sinistra più in basso, esattamente l’inverso rispetto al marchio Taurus dove l’andamento obliquo è posto al contrario con la parte sinistra in alto inoltre i caratteri sono molto simili anche se non identici. Ricordiamo che un’Arpia è presente anche nel simbolo stesso della citta di Norimberga. Ultimo indizio: il logo Fram. Se si cerca, infatti, tra i molti marchi operanti in Germania e collegati alla Victoria Werke AG, c’è da restare sorpresi dal marchio Fram, produttore di ciclomotori, che reca uno svolazzo sulla “F” richiamante quello della “T” nella scritta in corsivo Taurus e la sottolineatura è ottenuta piegando verso sinistra il gambo finale della “m” così come con il marchio Taurus  viene fatto con la lettera “s”.

Ora gli indizi sono ben quattro: l’immagine della fabbrica, il logo con l’Arpia, il logo Fram e la citazione sul catalogo Taurus del 1913-1914 della città di Nürnberg; perciò se «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova» (Agatha Christie) possiamo concludere che il marchio Taurus è italianissimo ma che almeno all’inizio della sua avventura operava, come molti all’epoca, come importatore e assemblatore di alta qualità di un marchio tedesco, come era avvenuto anche con la S.A.F. (società anonima Frera) di Tradate che era importatrice ed assemblatrice del marchio inglese BSA di Birmingham.

UN CAMBIO DI NOME

Resta però da soddisfare una legittima domanda perché cambiare nome, perché non usare il nome Victoria? Qui possiamo solo fare delle supposizioni. Il nome Vittoria appariva forse piuttosto inflazionato, diverse sono infatti le marche locali con questo nome, per cui poteva apparire opportuno cambiare radicalmente, stante anche il fatto che le Victoria Fahrrad Werke AG prima e la Victoria Werke AG poi non erano mai state presenti sul mercato italiano. Ma dal fatto che non sia stata usata la nomenclatura tedesca si può trarre un’altra deduzione: la Taurus doveva essere totalmente estranea alla Victoria da un punto di vista societario e, con ogni probabilità, esistevano solo degli accordi commerciali che legavano le due aziende senza che tra esse vi fossero interessi societari comuni.

Ma allora perché i Fratelli Fabbri non hanno affrontato direttamente e immediatamente la produzione di loro biciclette? Per rispondere dobbiamo calarci in quei primi anni del ‘900, quando il mercato dei velocipedi era ancora dominato da una fortissima presenza straniera e soprattutto, in quegli anni, le biciclette inglesi stavano per essere soppiantate proprio da quelle tedesche, ritenute più robuste ed affidabili. Far riferimento a un marchio tedesco voleva dire sfruttare l’appeal dell’origine. Il DNA delle biciclette Taurus è sempre stato teutonico, basti vedere l’eccellenza costruttiva con il telaio senza congiunzioni, saldature di assoluta qualità, scritta del marchio ottenuta con abrasatura del telaio, movimenti centrali a campana e senza chiavelle, ricerca della leggerezza che per Taurus diverrà poi uno dei cavalli di battaglia della sua stessa esistenza. Ovviamente sul catalogo non poteva mancare la scritta Nürnberg proprio per coltivare ed esasperare quell’appeal esterofilo.

Non è dato invece conoscere la data esatta in cui l’azienda dei Fabbri si affrancò totalmente dalla produzione teutonica. Qualcuno presume che ciò sia avvenuto verso la fine degli Anni ’20, quando dai telai scompare la scritta abrasa, che era una prerogativa spiccatamente tedesca. Purtroppo, anche questa presunzione ha un carattere relativo. Infatti, verso la metà degli Anni ’30, le scritte abrase verranno riprese sul modello Taurus 25, che costituisce il top della storia del marchio. Anche il modello 19 continua a presentare sulla canna obliqua il marchio in rilievo: non vi è certezza e non si conoscono documenti.

In fondo il fascino della storia sta anche nel non risolvere tutti i misteri e lasciare che la genesi del marchio si perda nella nebbia della leggenda, certi che questo contribuirà ulteriormente ad accrescere ulteriormente i già numerosi estimatori della Taurus.

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Tag: BE47francobolli
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Chesini Precision 1982 44

La Française Diamant 1901 48

Cunningham CC Proto 1979 54

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PEOPLE

Runaway Words: Llega el Maravilla 64

José Manuel Fuente 66

Pietro Chesi 73

Vincenzo Torriani 74

The Monument Classics 78

Isidoro Bergaglio 81

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Lo chiamavano "El Tarangu", un intraducibile termine in dialetto asturiano che significava grosso modo "il garzone", "l'uomo di fatica", ma anche "l'imprevedibile". Manuel José Fuente era così: uno scalatore indomito e illeggibile che, nella sua breve carriera, ha fatto tremare i più grandi, compreso Eddy Merckx.

Ce lo racconta Alessio Stefano Berti su BE75 adesso in edicola.

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They called him ‘El Tarangu’, an untranslatable term in Asturian dialect that roughly meant ‘the lad’, ‘the labourer’, but also ‘the unpredictable one’. Manuel José Fuente was just that: an indomitable and unpredictable climber who, in his short career, made the greatest riders tremble, including Eddy Merckx.

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La Cunningham CC Proto del 1979 è un concentrato d La Cunningham CC Proto del 1979 è un concentrato di avanguardia non solo per il settore delle mountain bike ma per la bicicletta in generale, come dimostrano accorgimenti ideati da Charlie Cunningham (in foto) decenni prima.

Ve l'abbiamo raccontata su BE75 grazie al contributo di Joe Breeze, una leggenda della mountain bike, e del @marinmuseumofbicycling. Grazie anche a Charlie Sedlock, per le foto che ci ha concesso, e al nostro Fausto Delmonte , profondo conoscitore del settore.

Una bicicletta importante che meriterebbe una copertina variant della nostra rivista, e forse la faremo!

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The 1979 Cunningham CC Proto is a cutting-edge model not only for the mountain bike sector but for bicycles in general, as demonstrated by the features designed by Charlie Cunningham (pictured) decades earlier.

We told you about it on BE75 thanks to the contribution of Joe Breeze, a mountain biking legend, and the @marinmuseumofbicycling. Thanks also to Charlie Sedlock for the photos he provided us with, and to our own Fausto Delmonte, an expert in the field.

This is an important bicycle that deserves a variant cover of our magazine, and perhaps we will do just that!

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La Colnago Oval CX del 1982 è la biciclette protag La Colnago Oval CX del 1982 è la biciclette protagonista dell'articolo di copertina di BE75, adesso in edicola in italiano e disponibile per l'acquisto su Amazon in tutto il mondo e in inglese, sempre in formato cartaceo.

Foto e collezione di Michele Lozza (@thebikeplace ) con il contributo di Alessandro Turci (Alessandro Turci ).

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The 1982 Colnago Oval CX is the bicycle featured on the cover of BE75, now on newsstands in Italian and available for purchase on Amazon worldwide in English, also in print format.

Photos and collection by Michele Lozza (@thebikeplace) with the contribution of Alessandro Turci (Alessandro Turci).

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