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Storia di un cavatappi

L'idea di Campagnolo e quel legame tra biciclette d'epoca e vino

di Dario Corsi
13 Febbraio 2021
in Bicicultura
Tempo di lettura: 7 minuti
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Una bottiglia di buon vino accompagna ogni ciclostorica che si rispetti, al punto che gli organizzatori di molte manifestazioni hanno scelto di omaggiare i partecipanti con una bottiglia di bianco o di rosso.

Stappare una bottiglia di vino, infatti, è un rituale che ha sempre qualcosa di magico e accompagna momenti di allegria in compagnia. E per stappare una bottiglia serve un cavatappi. Questo oggetto all’apparenza semplice ha avuto una sua evoluzione tecnica ultracentenaria che vogliamo ripercorrere qui, dato che la sua storia si lega anche al più grande costruttore di componenti per bicicletta di tutti i tempi: Getullio Campagnolo. Il buon Getullio non disdegnava un bicchiere di buon vino di tanto in tanto, ma era in continuo bisticcio con i tappi, che non ne volevano sapere di abbandonare il pertugio a cui erano aggrappati a volte da tempo immemore. Un problema? Non certo per il genio italiano di Campagnolo che, proprio negli Anni ’60, quando la sua creatività era al massimo trovò in tempo… “Record” una soluzione semplice ed efficace. Ma con cosa si stappavano le bottiglie, prima?

Prima di Campagnolo

Esistono diverse ipotesi circa l’origine del cavatappi. Una prima teoria lo porta a risalire alla metà del ‘400 ed è legata alla produzione delle armi. II cavatappi deriverebbe dalla verga attorcigliata e spiraliforme utilizzata per rimuovere le palle di piombo incastrate nelle bocche dei cannoni e per recuperare la stoppa impiegata per pulire le canne delle armi. Secoli dopo, fu l’armeria inglese Messrs Holtzapffel di Charing Cross, nel 1680, a ottenere il brevetto per fabbricare questo strumento per le palle dei cannoni e in seguito iniziò a produrre anche i cavatappi. Fu così che altri fabbricanti di armi, oltre ai fabbri e ai piccoli artigiani, iniziarono a studiare e produrre queste “viti per bottiglie”.

Una seconda tesi sull’antenato dei cavatappi fa riferimento al punteruolo per botti. In una pala d’altare del 1450 circa è raffigurata una suora che, con tale strumento, spilla del vino da una botte. Ma solo successivamente, per via dell’usanza di invecchiare il vino in bottiglia sorta dalla metà del Settecento, si diffuse la necessità di un oggetto capace di “cavare”, ossia rimuovere, il tappo in sughero dalla bottiglia.

Da allora a oggi, il cavatappi ha subito un continuo sviluppo ed è migliorato in maneggevolezza e praticità, oltre che in eleganza e originalità. L’inglese Samuel Henshall fu il primo a richiedere un brevetto per un cavatappi, nel 1795. All’inizio del Settecento le bottiglie erano rare, costose e molto fragili. In Italia, fino al 1728, il commercio di vino in contenitori di vetro era vietato a causa dell’esigenza di opporsi alle frodi. Infatti, la produzione di bottiglie in vetro in quei tempi era artigianale e ciò non permetteva di produrre bottiglie tra loro identiche e con la stessa capacità. Il commercio del vino, quindi, avveniva in fusti o botti e la bottiglia o il boccale erano utilizzati solamente per portarlo dalle cantine alla tavola. L’imbottigliamento non era previsto e il tappo era solito svolgere il suo compito solo per poche ore. Le bottiglie erano spesso tappate con pezzi di legno avvolti nella canapa o nella stoppa affinché diventassero sufficientemente ermetici. In seguito si utilizzarono tappi di sughero, che sporgevano dal collo della bottiglia in modo che fosse possibile rimuoverli con semplicità. Solo con il Regio Decreto del 25 maggio 1728 si autorizzò in Italia la vendita di vino in contenitori di vetro, in quanto i recipienti in vetro provenienti dall’Inghilterra e denominati “a vetro nero” per il colore nero del vetro, garantivano bottiglie meno fragili e di capienza identica.

Nella seconda metà del Settecento, in Inghilterra, la “spirale per bottiglie” diventò tra la nobiltà più che un semplice utensile: un oggetto di moda da esibire come un gioiello. I fabbri producevano questo oggetto impreziosito di decorazioni e ornato di materiali come oro, argento e avorio. Gli artigiani britannici crearono cavatappi unici, tascabili, a campana, pieghevoli e custoditi in astucci di grande pregio. Nel 1828, in Francia, venne brevettato il primo cavatappi a “rubinetto”, nel 1838 quello a “doppia vite”, mentre nel 1860 il cavatappi venne brevettato in America.

Tanti modelli diversi

Il più antico cavatappi è quello semplice, costituito da un manico con inserita una spirale che si avvita al sughero. La forza di trazione per estrarre il tappo viene esercitata direttamente dall’utilizzatore. Di solito il manico è in legno duro, come noce o faggio, ma furono creati anche modelli con manico in argento, ottone, ferro, avorio o osso. Un secondo modello di cavatappi è quello meccanico, che nasce per agevolare l’estrazione del sughero. Ha una struttura in metallo che si appoggia al collo della bottiglia per estrarre in maniera più agevole il tappo. Tra i cavatappi meccanici, dove la forza di trazione per estrarre il tappo viene amplificata per mezzo di leve, troviamo quelli da tasca, caratterizzati dal fatto di avere la spirale rientrante nell’impugnatura e solitamente utilizzati dai camerieri, e quelli a leve laterali, che si sono sviluppati in diverse versioni, tra cui i modelli a leve multiple e quelli simili a una fisarmonica.

E qui entra in in gioco Getullio Campagnolo. La storia racconta che nel 1966 Getullio non riuscì a stappare una bottiglia di vino utilizzando un semplice cavatappi a spirale come quelli appena descritti. Campagnolo, da genio della meccanica qual era, ideò un nuovo sistema per stappare la bottiglie, brevettando un suo cavatappi a leve laterali dalle caratteristiche specifiche perché il cavatappi di quel tipo era già stato inventato e brevettato da un altro imprenditore italiano, Ettore Cardini di Omegna.

Agli inizi degli Anni ’20, Cardini realizzava giocattoli in latta per bambini ricchi nella fabbrica di ben 8000 mq dove erano impiegate una settantina di persone. Venivano realizzati giocattoli in latta con movimentazione venduti in tutta Europa e anche in Argentina, dove Ettore aveva dei parenti. La crisi del ‘29 colpì anche la ditta Cardini ed Ettore decise di convertire la produzione in accessori per la FIAT. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la ditta di Cardini si dedicò a produrre caricatori di mitragliatrici per la Breda e per la Beretta. Nel dopoguerra la produzione cambiò ancora per produrre articoli di uso domestico, tra cui il cavatappi Eterno (brevettato), fischietti e reti per letti.

La storia di Cardini è molto interessante, seppur non longeva come quella di Campagnolo e della sua impresa. Possiamo dire che il cavatappi brevettato da Cardini sia stato un antenato del cavatappi di Campagnolo. Getullio ottenne il brevetto per il suo cavatappi poiché migliorò il semplice cavatappi Eterno, anche se a oggi non sappiamo se Campagnolo effettivamente lo conoscesse. La netta miglioria risiede nella campana autocentrante, che evita di forare in modo errato il tappo e quindi non riuscire poi ad aprire la bottiglia.

Getullio era molto orgoglioso del suo cavatappi e ne fece un proprio simbolo. Lo distribuiva come omaggio ai suoi distributori o come premio alle varie manifestazioni sportive a cui partecipava come ospite. Oggi il cavatappi Campagnolo è un oggetto ambito da tutti i collezionisti e cultori di Campagnolo, soprattutto il modello Big, lungo ben 29 cm. Il cavatappi è inserito in una scatola di legno assieme alle istruzioni per il suo corretto utilizzo. Campagnolo ne realizzò tre modelli di pregio, uno placcato oro 18 carati, uno in argento e uno in bronzo. Lo produsse fino al 2003 per poi toglierlo dal commercio fino al 2005, anno in cui è stato reintrodotto a furor di popolo.

Ecco che quando “caverete il tappo” dalla prossima bottiglia di vino, per liberare la gioia di vivere e festeggiare assieme agli amici, magari in occasione di una ciclostorica, il pensiero si rivolgerà per un attimo al grande Getullio Campagnolo e un ampio sorriso vi accompagnerà nel gustare il vostro calice.


A cura di: Dario Corsi, Adriano Vispi Foto: ToBe Studio Pesaro



Il Nuovo Record

La genialità in campo ciclistico di Getullio si affinò nella seconda metà degli Anni ’60 – lo stesso periodo in cui ideò il cavatappi – con l’introduzione, nel 1967, del gruppo Nuovo Record, che proponeva una guarnitura con giro bulloni da 144 mm per utilizzare rapporti più agili davanti, dei freni Campagnolo (1968-69) e anche il raro cambio in foto, che permetteva di utilizzare rapporti molto agili. Una ditta lo ripropose qualche anno fa come novità del mercato, non ricordandosi che Campagnolo l’aveva già disegnato ben 45 anni prima.


Capienza

Perché le bottiglie hanno una capienza di 750 ml.? Questa unità di grandezza deriva dagli inglesi, che misuravano il volume in galloni imperiali. Ogni cassa di vino poteva contenere solo due galloni di vino. Gli inglesi decisero di inserire 12 bottiglie di vino per ogni cassa, poiché 12 bottiglie da 0,75 litri corrispondevano esattamente a due galloni imperiali. Una seconda ipotesi deriva dal fatto che una bottiglia da 0,75 litri contiene esattamente 6 bicchieri da 0,125 ml. utilizzati nelle osterie. Un’ultima ipotesi, infine, ha a che vedere con la massima forza polmonare degli antichi vetrai che soffiavano il vetro nel ‘700. Questi, infatti, riuscivano a soffiare bottiglie non più grandi di 650-750 ml., da qui la capienza massima di una bottiglia. 

 


Pezzi da museo

Oggi diverse interessanti collezioni di cavatappi si possono ammirare presso il Museo Martini di Storia dell’Enologia, nella sede della Martini & Rossi di Pessione (TO), al Museo dei Cavatappi di Barolo (Cuneo), presso il Museo del Cavatappi di Montecalvo Versiggia (Pavia) oppure presso il Museo Vino e Cavatappi di Villa Mazzucchelli a Mazzano (Brescia).

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Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949 Q BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949

Questa bicicletta è nata per scrivere nel mito. Per questo abbiamo voluta raccontarla dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica con Paolo Amadori, da quello storico con Carlo Delfino e da quello puramente tecnico grazie a Michele Asciutti del Registro Storico Cicli.

Un approfondimento corposo che permette di capire le logiche della Squadra Corse Bianchi alla fine degli Anni '40, per una bicicletta che è stata la prima a montare il cambio Campagnolo "Tipo nuovo", che si sarebbe poi chiamato Parigi-Roubaix a partire dalla vittoria di Coppi alla Pascale del 1950.

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