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Home News Bicicultura

La leggenda del Vigorelli

La gloriosa storia del tempio della velocità mondiale

di Marco Pasquini
15 Agosto 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 12 minuti
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In un tempo in cui è partita la riscoperta della pista come disciplina di avvicinamento e sviluppo alla strada, la riflessione non può non soffermarsi su quel monumento storico che è il velodromo Vigorelli.

Tante le domande che nascono spontanee: quali le sue origini? Quali corse o eventi ne hanno creato la leggenda? Quale futuro l’aspetta? Abbiamo provato a dare qualche risposta.

Il catino milanese nasce negli Anni ‘30 dalle ceneri di un altro velodromo, quello del Sempione (demolito nel 1928). Mario Fossati racconta questo passaggio nell’intervista ad Anteo Carapezzi, antico direttore del Sempione e padre di Adone, telecronista RAI: «Adesso le voglio dire una cosa. Questo capolavoro qui [il Vigorelli], che è bello come un violino di Stradivari, è nato per caso. Hanno abbattuto il Sempione e fu un delitto. E sa perché hanno distrutto il Sempione? Perché accadeva che il Girardengo preferisse una mia riunione su pista al Giro di Lombardia». Prosegue Carapezzi: «A provocare la distruzione del Sempione è stato Emilio Colombo, patriarca dello sport milanese, direttore de La Gazzetta dello Sport. A Colombo le debolezze verso la pista da parte di Gira e degli altri davano maledettamente sui nervi. Un bel mattino, al Sempione, su ordine telegrafico giunto da Roma, arrivò una squadra di muratori. I muratori salirono una curva e ne tagliarono una fetta. Un’infamia! Morì il Sempione e per anni i pistaioli italiani furono come morti. Io mi ritrovai disoccupato. Per sbarcare il lunario mi diedero un posto di custode al campo del Milan».

Interviene a questo punto Giuseppe Vigorelli, un industriale ex-pistard, ex-sindaco di Garbagnate ed ex-assessore del Comune di Milano nella giunta di Luigi Mangiagalli (dal ’22 al ’26), che lancia l’idea di costruire un nuovo velodromo. I tempi per il progetto sono rapidissimi: il 2 gennaio del 1934 il Comune di Milano promuove la costruzione dell’ellisse e il 19 dello stesso mese approva l’acquisto della pista in legno dal CONI. È la piattaforma montata al Flaminio di Roma su cui si sono tenuti i Campionati del Mondo del 1932 vinti, nella categoria velocità, da Albert Richter (quelli su strada furono vinti da Binda). La misura è quella standard del momento, 400 metri. «L’architetto Schurmann, un architetto con licenza tedesca, disegnò la pista. La Carpenteria Bonfiglio di Milano la mise in opera», continua Carapezzi.

La pista è composta di listelli di pino di Svezia. Per l’epoca una novità in Italia, dove altri velodromi dello stesso periodo o precedenti, erano tutti in cemento. A marzo del 1934, quindi poche settimane dopo l’approvazione da parte del Comune della creazione del velodromo, muore Vigorelli. A imperitura memoria e ringraziamento gli viene dedicato l’impianto. «Quando si trattò di montare la pista subito s’accorsero che le tribune gli andavano strette», chiosa Fossati. Carapezzi: «Io dicevo a Bonfiglio: “Se questi matti svuotano l’incavo dello stadio di tanti metri cubi di terra, se tu fai due parti delle curve e le riduci, la pista ci entra e sotto il livello del suolo, semicoperta, ti diventa la pista più scorrevole del mondo”». Abbassato il livello si smussa la pista. Non più esattamente 400 metri, ma 397,57. Successivamente ci furono ulteriori rettifiche, prima a 397,56 poi a 397, 37 nel giugno 1956. Nell’errore il beneficio. Le curve agevolavano i corridori, soprattutto i velocisti, nella fase di lancio. L’inaugurazione il 28 ottobre 1934 (ricorrenza della Marcia su Roma) con l’impianto non ancora finito. Poi un via ufficiale dal 23 marzo del 1935. Tra i primi club sportivi a poter sfruttare il velodromo vi fu lo Sport Club Genova 1913 (fondato da Adriano Rodoni), che sarà anche di Ettore e Marino Vigna.

UNA PISTA DA RECORD

L’inizio della leggenda sportiva del Vigorelli ha una data ben precisa, quella del 31 ottobre 1935. Nell’autunno milanese viene deciso di provare il Record dell’Ora. Si cimenta Giuseppe ‘Gepin’ Olmo, forte passista vincitore quell’anno della Milano-Sanremo e terzo al Giro d’Italia. Il meteo però non è favorevole e la pista bagnata scoraggia. Ci pensa allora qualche uomo della Bianchi (la squadra di Olmo) a trovare una soluzione. Fanno cospargere le assi con della benzina e poi le danno fuoco. In breve la pista fu asciutta e Gepin poté lanciarsi nel suo record. Chiuse l’ora dopo aver percorso 45,067 km, primo corridore a sfondare il muro dei 45 km. L’eco che suscitò la sua impresa fu grande. Lo stesso patron del Tour, Henri Desgrange, già autore di uno dei primi Record dell’Ora, sulle pagine dell’Auto scrisse: «Il giovane italiano ha proiettato nel nostro cielo sportivo il sole di un ammirevole record». La scorrevolezza del Vigorelli comincia a diventare famosa. La gestione dell’impianto viene affidata al cavalier Giacomo Grassi.

Il record di Olmo resiste quasi un anno, quando sulla pista di via Arona si presenta il francese Maurice Richard. Il transalpino è il precedente detentore del record, che a sua volta l’ha strappato a Oscar Egg (44,247 km, distanza che resisteva da quasi 20 anni). Richard prima di Olmo aveva posto il limite a 44,777. Con la prova italiana porta la soglia a 45,325. Ormai la pista del Vigorelli è stata deputata a battere il Record dell’Ora. Tra il 1935 e il 1958 ben 9 volte il limite viene alzato. A Richard succede Slaats (45,485, 29 settembre ’37). Subito dopo (3 novembre) l’olandese viene superato da Archambaud (45,767). Poi occorrono 5 lunghi anni, con la guerra nel mezzo, prima che si torni a parlare in abbinata di Vigorelli e Ora. È Fausto Coppi (7 novembre ’42) che, in precarie condizioni, riesce a ritoccare seppur di poco il confine (45,798). Bisognerà attendere la metà degli Anni ’50 e il tentativo di Anquetil (46,159, 29 giugno 1956) per scatenare nuovamente la corsa al record. Nel giro di un paio d’anni la soglia verrà alzata di ben 2 km in quattro tentativi. A Re Jacques segue Baldini (19 settembre) con 46,394 e poi Riviére (due volte, 46,923 il 18 settembre ’57 e 47,347 il 23 settembre ’58). Questo del francese è anche l’ultimo record ottenuto sulla velocissima pista italiana.

Il catino milanese è stato anche scenario di Campionati del Mondo, a partire da quelli fantasma del 1939. Rispetto a quelli su strada, non disputati a Varese, a Milano le corse si sono tenute almeno in parte. Nella velocità si arriva fino alla finale per il terzo e quarto posto (vittoria di Richter), mentre quella per il primo e secondo posto non viene disputata per la notizia dell’invasione della Germania nei confronti della Polonia.

Negli Anni ‘40, per un certo periodo, a dirigere il velodromo viene chiamato Francesco Verri, uno dei primi campioni del mondo di velocità a inizio secolo. La guerra non risparmia Milano, né il velodromo (estate 1944). Ancora Carapezzi: «L’indomani [del bombardamento], il Vigorelli pareva lo scheletro di un mammuth. […] Il cavalier Grassi, dunque, si dà da fare per trovare un operatore economico, che costruisca e investa nel Vigorelli. La Gazzetta dello Sport freme: scrive che noi si mette un mattone di giorno e che lo si toglie la notte. Grassi si rivolge anche a suo figlio, Luigi, che fa il giornalista. “Ma tu” gli chiede, “non conosci nessuno che abbia il grano e la voglia?” Luigi risponde: “C’è un mio compagno di scuola, Vittorio Strumulo, tifoso di Tano Belloni, che sa di sport e di economia”. Un colpo di telefono: è Strumulo a chiamare il commendator Zafferri. L’affare è fatto. Tanti sacchi di cemento, tanti cubi di legname, non è più abete degli Urali ma abete delle Alpi, le cui essenze sono identiche. Ed ecco il Vigorelli».

TEATRO DEI SOGNI

Al Vigorelli si sono concluse 22 tappe del Giro d’Italia (tra il 1937 e il 1985), 21 edizioni del Lombardia (la prima volta nel 1936) e 10 del Baracchi. Nel 1951 viene assegnata all’Italia l’organizzazione di un nuovo Mondiale. Sono sempre Tognetti e la sua Società Ciclistica Binda a organizzarlo, come già avevano fatto nel 1939. La parte della pista si realizza al Vigorelli. Tre italiani e un inglese conquistano i maggiori titoli in palio. Enzo Sacchi si aggiudica la maglia iridata nella velocità dilettanti: in finale batte l’australiano Russel Mockridge e Marino Morettini. Il britannico Reginal Harris per la terza volta consecutiva è campione mondiale nella velocità fra i professionisti. Ha la meglio sul francese Jacques Bellenger e sull’australiano Sydney Patterson. Mino de Rossi è campione mondiale dell’inseguimento fra i dilettanti e Toni Bevilacqua, battendo lo svizzero Hugo Koblet, è maglia iridata dell’inseguimento fra i professionisti.

Finita la guerra si mette in luce un giovanissimo Antonio Maspes, originario proprio del quartiere Musocco, vicino al Vigorelli. Ama la velocità e il surplace, di cui diventerà un vero maestro. Si allenava in questo esercizio per ore «mentre il custode Battista, per ingannare il tempo, gli leggeva La Gazzetta dello Sport», ricorda Rino Negri. Epici i duelli con l’altro italiano Sante Gaiardoni su questa e altre piste del mondo. Il Vigorelli non è solo ciclismo. Il 3 luglio 1950 ha ospitato un’esibizione degli Harlem Globetrotters. Seguirà un torneo nel 1953 con la squadra meneghina della Olimpia Borletti, il team USA All Stars e il CUS Milano. Ai Mondiali del 1955 Maspes (23 anni) conquista il primo titolo, battendo lo svizzero Plattner (già due volte campione del mondo) nella velocità Pro. Poi le stagioni delle Sei Giorni, dove Ferdinando ‘Nando’ Terruzzi era uno dei grandi specialisti. Ottima spalla per i campioni celebrati, da Coppi ad Anquetil, con un curriculum di 25 vittorie in 16 anni di attività. Il lunedì di Pasqua iniziava ufficialmente la stagione.

Sempre al Vigorelli si forma il quartetto d’oro dell’Ompiade del 1960, due lombardi (Vigna e Arienti) e due veneti (Testa e Vallotto). «Qui si correva ogni mercoledì. Lo chiamavano “il mercoledì del dilettante”, ma c’erano fior fiore di corridori: due o tre campioni del mondo, quattro o cinque campioni olimpici… Ecco perché venivano su dei bravi corridori. Poi qui venivano gli stradisti che vincevano alla domenica. Non era facile emergere sulla pista del Vigorelli, però imparavi», ricorda Marino Vigna. Poi le moto, come gli stayer (da 1800-2000 di cilindrata) e i derny (piccoli e leggeri da 50 a 75cc), che portano a gare in pista molto spettacolari. Si crea un’intesa e una sensibilità tra guidatore e corridore che è paragonabile a quella del tandem anche se con mezzi diversi. Tra i guidatori da ricordare c’è Mario Dagnoni, padre dell’attuale Presidente FCI.

Chi rendeva vivo il Vigorelli era chi ci lavorava dentro, come Pasquale De Lillo, massaggiatore (padre del corridore Domenico), il dottor Giuseppe Frattini e l’usciere Battista. Per un certo periodo è rimasta attiva l’officina di Luigi (Gigi) Platé, un ex pilota. Si trovava sotto la curva dalla parte opposta del rettilineo. Vista la vicinanza con la fabbrica del Portello, è facile pensare che lavorasse soprattutto sulle Alfa Romeo. L’altra, magica, officina è quella di Faliero Masi, indirizzato al Vigorelli da Learco Guerra dopo l’esperienza insieme alla Viscontea. Un piccolo mondo nel grande mondo del ciclismo. L’officina è attiva ancora oggi, a cura del figlio Alberto.

L’ultima volta che si disputarono i Mondiali al Vigorelli fu nel 1962. Nella finale della velocità, primo Maspes secondo Gaiardoni, mentre Bianchetto vince battendo il fratello di tandem Beghetto. Maspes fu anche responsabile tecnico del Vigorelli quando, in seguito a una caduta a Rocourt, cominciò a pensare al ritiro. Quando Maspes scomparve, nel 2000, l’amministrazione comunale milanese decise che il velodromo accogliesse, in suo onore, la denominazione ufficiale di Vigorelli-Maspes.

UN LENTO DECLINO

Quando il ciclismo non è più sufficiente per attrarre gli spettatori è il pugilato a riempire gli spalti. La struttura, o meglio il prato, viene pensata anche per eventi musicali, come i concerti pop e rock che stanno spopolando in Europa. Ecco allora che il 24 giugno 1965 si esibirono (nel pomeriggio e la sera) i Fab Four di Liverpool, i leggendari Beatles. Dal 1971 e fino a primi Anni ’80 le porte del velodromo si aprirono ai Led Zeppelin, a Frank Zappa, Carlos Santana, Clash, Dire Straits e altri nomi importanti della musica. La nevicata del 1985 segna il termine anche per questo tipo di attività (solo nel 1999 si tornerà a usare il Vigorelli per un concerto, quello di James Brown). Il declino però è ormai inevitabile. A metà Anni ’70 si prova a convertire il prato in pista in sabbia per le corse dei cani. Un sommovimento popolare arresta la trasfigurazione, ma non il suo abbandono. Poi appunto la nevicata del 1985, non eccezionale come evento, ma eccezionale per quantità di neve. Un peso troppo grande per il già malmesso tetto della struttura, che cade sulla pista. È l’inizio dell’oblio.

Si susseguono progetti per il recupero della struttura, ma quasi nessuno va in porto. Tra le iniziative per ridare attenzione al glorioso catino c’è quella di Francesco Moser, che nel 1986 sceglie la pista milanese per battere il Record dell’Ora a livello del mare, dopo quello conquistato a Città del Messico nel 1984. Moser riesce nell’impresa, ma poi sul Vigorelli torna l’ombra dell’abbandono. Importante in tal senso la testimonianza diretta di Marino Vigna: «A Milano poi è crollato il tetto del Vigorelli (1985). Quello è stato un vero disastro. Fermare l’attività per 7-8 anni vuol dire perdere la base dei praticanti. Il Comune e la politica hanno fatto un concorso per salvare il Vigorelli. Io purtroppo li ho frequentati tutti. Il velodromo già prima della nevicata del 1985 era in stato di semi abbandono e aveva scarsa manutenzione. La pista, a livello nazionale, non tirava più come un tempo e un monumento come il Vigorelli non se la passava bene.»

Prosegue Vigna: «Vengo contattato da Tagliabue (del Pedale Turbolento, che organizzava viaggi ed era un pubblicitario) il quale un giorno mi dice: “Con la Briko vorremmo fare delle foto per il catalogo al Vigorelli”. Per l’erba alta che c’era era più facile far andar dentro le mucche. Poi i listelli della pista erano saltati, la pista era malmessa. All’epoca non era ancora caduto il tetto. Tagliabue è riuscito a entrare e realizzare il servizio fotografico. Da lì ha avuto l’idea di raccogliere le firme per restaurare il velodromo. Diecimila firme raccolte in 15 giorni. Addirittura ha firmato Alain Prost (campione di Formula 1). Molto del successo dell’iniziativa è dovuto al fatto di aver messo il tavolino di raccolta alla Fiera di Milano. Allora l’hanno rifatto una prima volta. L’ultima volta gli ho detto: “Siccome questo qui non dura, spero di esserci quando lo inaugurerete un’altra volta”».

Al centro hanno messo erba sintetica, ci giocano a football americano. «Quando hanno rifatto la pista, io che non ne capisco niente, ho detto: “Non si può mettere il legno di 60 anni con il legno nuovo…” E l’ingegnere mi fa: “Cosa ne vuol sapere lei, col legno di adesso lavorato in modo speciale…” In effetti c’è solo un dito tra il legno vecchio e quello nuovo». Nel 1997 ci prova il gruppo Mapei, con Squinzi, a ridare una vita agonistica all’impianto con una prova di sci di fondo (presenti i migliori atleti del momento, dalla Belmondo a Piller Cotter). Nel 1998 si tenta un rilancio del ciclismo con una sera tra i pistard Collinelli e Martinello da una parte e gli stradisti Ballerini e Pantani dall’altra. Anche in questo caso non si ha un seguito. I costi di gestione cominciano a essere pesanti per l’amministrazione pubblica. Nel 2003 si apre al football americano. È in questo momento che si crea il Comitato Velodromo Vigorelli, composto da ciclisti, cittadini e addetti ai lavori che si oppongono alla decisione del Comune di smantellare la pista.

Nel 2013 viene realizzato un bando per il restauro totale del Vigorelli, con l’opzione di eliminare la pista per uno “stadio multifunzionale per diversi eventi”. Netta l’opposizione da parte del Comitato, che scrive al Ministero dei Beni e Attività culturali. Nello stesso anno l’impianto viene dichiarato “di interesse storico-artistico e storico” e la pista si salva. Segue il ricorso del Comune, che viene perso nel 2016. La società CityLife si aggiudica la gestione dell’impianto e, lentamente, cominciano i lavori di rifacimento degli spogliatoi e delle strutture interne (ancora in corso). Anche la pista ha bisogno di qualche sistemata, soprattutto nelle curve. La situazione è ancora in evoluzione.

Nel 2022 l’attenzione torna sul Vigorelli per una giornata di allenamento degli azzurri della pista, olimpionici a Tokyo, capitanati da Filippo Ganna e, soprattutto, per la partenza (per la prima volta) della Milano-Sanremo. Il futuro è tutto da scrivere e – si spera – da pedalare.

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Dove sta andando il Vigorelli?

Per rispondere a questa domanda abbiamo contattato il Comitato che ci ha gentilmente raccontato la realtà attuale. L’impianto, gestito dalla società Milano Sport (interamente partecipata dal Comune), è affittato dall’Associazione Comitato Velodromo Vigorelli. La struttura non è vista come un monumento storico, come un museo da preservare, ma come una costruzione attiva, polifunzionale (ciclismo, football americano, ecc.) da mettere a disposizione dei cittadini. Per il ciclismo in particolare c’è la prospettiva di aprire una scuola di ciclismo e farne un centro territoriale per la pista, sotto l’egida della Federazione. Si immagina nel futuro di potervi disputare delle corse anche a livello internazionale e magari un giorno tornare a far concludere il Giro nel velodromo.

Photo credits: Alberto Fanelli


 

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Tag: BE56vigorelli
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Vintage World

Portraits: Carube

Cover Story: Bartali '30/50 Track

Bicycles:
- Rambler Light Roadster 1900
- Legnano model 52 SL Electa 1927
- Tutorial: Reconstructing cones and pins
- Ciclo Piave Race 1955
- Gielle Corsa 1983
- Fausto Coppi C4 Lugano 53 Pellicioli 1994
- Takhion Track 1990
- Croix Super-Tri-Porteur 1938
- Steve Potts Signature 1990
- France Sport Women’s 1925

People:
- Runaway Words: World Inspirations 66
- Bernard Hinault 68
- Mario Fossati 76
- Rodolfo Muller 80
- Attilio Pavesi 81

Véloculture:
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BARTALI PISTA '30/50 Una compagna di viaggio su t BARTALI PISTA '30/50

Una compagna di viaggio su telaio Galmozzi che ha seguito Gino Bartali per tutta la sua carriera, dagli Anni '30 agli Anni '50, accompagnandolo in chissà quante prove nei velodromi o chissà dove. 

Su BE77 voluto raccontarvi questa storia e metterla in copertina, perché anche le biciclette hanno uno spirito e una vita propria, che come le nostre cambiano con il tempo.

Da non perdere, in edicola adesso!

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BARTALI PISTA '30/50

A trusty companion built on a Galmozzi frame that accompanied Gino Bartali throughout his career, from the 1930s to the 1950s, riding with him in who knows how many races at velodromes or elsewhere.

In BE77, we wanted to share this story with you and feature it on the cover, because even bicycles have a spirit and a life of their own—one that, like ours, changes over time.

Available very soon in English version too.

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BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA! È in arrivo B BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA!

È in arrivo BE77, 100 pagine a colori dedicate al mondo del ciclismo vintage. Siamo molto felici e orgogliosi di aver dedicato la copertina alla bicicletta di uno dei più grandi, Gino Bartali, e di averlo fatto in collaborazione con il Museo del Ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema (FI), grazie al quale abbiamo potuto raccontarvi la storia unica di questa bicicletta da pista che Ginettaccio ha tenuto con sé per oltre vent'anni di carriera.

In totale, sono ben 11 le biciclette che trattiamo in questo numero: Rambler Light Roadster 1900 (Enzo Manfré); Legnano Mod. 52 SL Electa (Mauro Carini); Ciclo Piave Corsa 1955 (Emanuele Zardetto); Gielle Corsa 1983 (Lorenzo Berti); Fausto Coppi C4 Lugano 53 1993 Oscar Pellicioli (Fabio Dri); Takhion Pista 1990 (Enri Biavati); Compaigne Croix Super-Tri-Porteur 1938 (Carlo Azzini); Steve Potts Signature 1990 (Marco Ugherani); France Sport Donna 1925 (Luciano Cascioli); Lorenzo Monti, infine, ci illustra come ricostruire perni e coni di una Gritzner n°1 d'inizio Novecento.

Abbiamo poi le solite grandi storie, tra cui una enorme raccontata da Alessio Berti, quella del "Tasso" Bernard Hinault, uno dei più grandi di sempre. Marco Pasquini, invece, ci svela la carriera di Mario Fossati, giornalista essenziale, mentre Carlo Delfino ci porta a pedalare con Rodolfo Muller e Attilio Pavesi. Giovanni Battistuzzi, invece, ci racconta l'incrocio di destini tra i Mondiali di ciclismo e quelli di calcio. 

Spazio alla cultura con la storia di Henri Pélissier, estratta da Paolo Ghiggio dal libro "Noir, la bicicletta e la cronaca nera", e con il libro "Pino, coeur de lion" dedicato a Giuseppe Cerami. Fausto Delmonte illustra l'incredibile tecnologia dei telai ad aria compressa e Alfredo Azzini come sempre chiude raccontando la genesi dei velodromi europei.

Non mancano in apertura tutte le news dell'Eroica e dei vari club e musei e bellissima chiacchierata con Roberto Lencioni, in arte Carube.

Un numero da non perdere, frutto di un grande lavoro di squadra, che trovate in edicola o sul sito sprea.it.

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NOTE: English version will be available in few weeks.
36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez 36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez, arrivo della tappa del Tour di oggi.

Il record è di Marco Pantani, e in tanti dicono che oggi crollerà.

Staremo a vedere, ma di certo il cuore batte forte ricordando quell'impresa, per chi di noi c'era e per chi Pantani non ha potuto viverlo di persona.

In ogni caso, Marco, oggi il pensiero è per te. <3
PREOGAR 2WD 1995 L'avete mai vista una bicicletta PREOGAR 2WD 1995

L'avete mai vista una bicicletta a due ruote motrici? Tra il 1996 e il 1997 Subaru avviò una piccola produzione di soli 180 esemplari basata su un progetto precedente targato Progear nato alla fine degli Anni ‘80 dalla mente dell'austriaco Gunther Kappacher. Tutta la storia di questa MTB appartenente alla collezione di Paolo Carosini su BE76, in edicola fino al 30 luglio!

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Have you ever seen a two-wheel-drive bicycle? Between 1996 and 1997, Subaru launched a small production run of just 180 units based on an earlier Progear design conceived in the late 1980s by Austrian Gunther Kappacher. The full story of this MTB, part of Paolo Carosini’s collection, is featured in VB76, available on Amazon directly to your home!

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