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Home News Bicicultura

La leggenda del Vigorelli

La gloriosa storia del tempio della velocità mondiale

di Marco Pasquini
15 Agosto 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 12 minuti
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In un tempo in cui è partita la riscoperta della pista come disciplina di avvicinamento e sviluppo alla strada, la riflessione non può non soffermarsi su quel monumento storico che è il velodromo Vigorelli.

Tante le domande che nascono spontanee: quali le sue origini? Quali corse o eventi ne hanno creato la leggenda? Quale futuro l’aspetta? Abbiamo provato a dare qualche risposta.

Il catino milanese nasce negli Anni ‘30 dalle ceneri di un altro velodromo, quello del Sempione (demolito nel 1928). Mario Fossati racconta questo passaggio nell’intervista ad Anteo Carapezzi, antico direttore del Sempione e padre di Adone, telecronista RAI: «Adesso le voglio dire una cosa. Questo capolavoro qui [il Vigorelli], che è bello come un violino di Stradivari, è nato per caso. Hanno abbattuto il Sempione e fu un delitto. E sa perché hanno distrutto il Sempione? Perché accadeva che il Girardengo preferisse una mia riunione su pista al Giro di Lombardia». Prosegue Carapezzi: «A provocare la distruzione del Sempione è stato Emilio Colombo, patriarca dello sport milanese, direttore de La Gazzetta dello Sport. A Colombo le debolezze verso la pista da parte di Gira e degli altri davano maledettamente sui nervi. Un bel mattino, al Sempione, su ordine telegrafico giunto da Roma, arrivò una squadra di muratori. I muratori salirono una curva e ne tagliarono una fetta. Un’infamia! Morì il Sempione e per anni i pistaioli italiani furono come morti. Io mi ritrovai disoccupato. Per sbarcare il lunario mi diedero un posto di custode al campo del Milan».

Interviene a questo punto Giuseppe Vigorelli, un industriale ex-pistard, ex-sindaco di Garbagnate ed ex-assessore del Comune di Milano nella giunta di Luigi Mangiagalli (dal ’22 al ’26), che lancia l’idea di costruire un nuovo velodromo. I tempi per il progetto sono rapidissimi: il 2 gennaio del 1934 il Comune di Milano promuove la costruzione dell’ellisse e il 19 dello stesso mese approva l’acquisto della pista in legno dal CONI. È la piattaforma montata al Flaminio di Roma su cui si sono tenuti i Campionati del Mondo del 1932 vinti, nella categoria velocità, da Albert Richter (quelli su strada furono vinti da Binda). La misura è quella standard del momento, 400 metri. «L’architetto Schurmann, un architetto con licenza tedesca, disegnò la pista. La Carpenteria Bonfiglio di Milano la mise in opera», continua Carapezzi.

La pista è composta di listelli di pino di Svezia. Per l’epoca una novità in Italia, dove altri velodromi dello stesso periodo o precedenti, erano tutti in cemento. A marzo del 1934, quindi poche settimane dopo l’approvazione da parte del Comune della creazione del velodromo, muore Vigorelli. A imperitura memoria e ringraziamento gli viene dedicato l’impianto. «Quando si trattò di montare la pista subito s’accorsero che le tribune gli andavano strette», chiosa Fossati. Carapezzi: «Io dicevo a Bonfiglio: “Se questi matti svuotano l’incavo dello stadio di tanti metri cubi di terra, se tu fai due parti delle curve e le riduci, la pista ci entra e sotto il livello del suolo, semicoperta, ti diventa la pista più scorrevole del mondo”». Abbassato il livello si smussa la pista. Non più esattamente 400 metri, ma 397,57. Successivamente ci furono ulteriori rettifiche, prima a 397,56 poi a 397, 37 nel giugno 1956. Nell’errore il beneficio. Le curve agevolavano i corridori, soprattutto i velocisti, nella fase di lancio. L’inaugurazione il 28 ottobre 1934 (ricorrenza della Marcia su Roma) con l’impianto non ancora finito. Poi un via ufficiale dal 23 marzo del 1935. Tra i primi club sportivi a poter sfruttare il velodromo vi fu lo Sport Club Genova 1913 (fondato da Adriano Rodoni), che sarà anche di Ettore e Marino Vigna.

UNA PISTA DA RECORD

L’inizio della leggenda sportiva del Vigorelli ha una data ben precisa, quella del 31 ottobre 1935. Nell’autunno milanese viene deciso di provare il Record dell’Ora. Si cimenta Giuseppe ‘Gepin’ Olmo, forte passista vincitore quell’anno della Milano-Sanremo e terzo al Giro d’Italia. Il meteo però non è favorevole e la pista bagnata scoraggia. Ci pensa allora qualche uomo della Bianchi (la squadra di Olmo) a trovare una soluzione. Fanno cospargere le assi con della benzina e poi le danno fuoco. In breve la pista fu asciutta e Gepin poté lanciarsi nel suo record. Chiuse l’ora dopo aver percorso 45,067 km, primo corridore a sfondare il muro dei 45 km. L’eco che suscitò la sua impresa fu grande. Lo stesso patron del Tour, Henri Desgrange, già autore di uno dei primi Record dell’Ora, sulle pagine dell’Auto scrisse: «Il giovane italiano ha proiettato nel nostro cielo sportivo il sole di un ammirevole record». La scorrevolezza del Vigorelli comincia a diventare famosa. La gestione dell’impianto viene affidata al cavalier Giacomo Grassi.

Il record di Olmo resiste quasi un anno, quando sulla pista di via Arona si presenta il francese Maurice Richard. Il transalpino è il precedente detentore del record, che a sua volta l’ha strappato a Oscar Egg (44,247 km, distanza che resisteva da quasi 20 anni). Richard prima di Olmo aveva posto il limite a 44,777. Con la prova italiana porta la soglia a 45,325. Ormai la pista del Vigorelli è stata deputata a battere il Record dell’Ora. Tra il 1935 e il 1958 ben 9 volte il limite viene alzato. A Richard succede Slaats (45,485, 29 settembre ’37). Subito dopo (3 novembre) l’olandese viene superato da Archambaud (45,767). Poi occorrono 5 lunghi anni, con la guerra nel mezzo, prima che si torni a parlare in abbinata di Vigorelli e Ora. È Fausto Coppi (7 novembre ’42) che, in precarie condizioni, riesce a ritoccare seppur di poco il confine (45,798). Bisognerà attendere la metà degli Anni ’50 e il tentativo di Anquetil (46,159, 29 giugno 1956) per scatenare nuovamente la corsa al record. Nel giro di un paio d’anni la soglia verrà alzata di ben 2 km in quattro tentativi. A Re Jacques segue Baldini (19 settembre) con 46,394 e poi Riviére (due volte, 46,923 il 18 settembre ’57 e 47,347 il 23 settembre ’58). Questo del francese è anche l’ultimo record ottenuto sulla velocissima pista italiana.

Il catino milanese è stato anche scenario di Campionati del Mondo, a partire da quelli fantasma del 1939. Rispetto a quelli su strada, non disputati a Varese, a Milano le corse si sono tenute almeno in parte. Nella velocità si arriva fino alla finale per il terzo e quarto posto (vittoria di Richter), mentre quella per il primo e secondo posto non viene disputata per la notizia dell’invasione della Germania nei confronti della Polonia.

Negli Anni ‘40, per un certo periodo, a dirigere il velodromo viene chiamato Francesco Verri, uno dei primi campioni del mondo di velocità a inizio secolo. La guerra non risparmia Milano, né il velodromo (estate 1944). Ancora Carapezzi: «L’indomani [del bombardamento], il Vigorelli pareva lo scheletro di un mammuth. […] Il cavalier Grassi, dunque, si dà da fare per trovare un operatore economico, che costruisca e investa nel Vigorelli. La Gazzetta dello Sport freme: scrive che noi si mette un mattone di giorno e che lo si toglie la notte. Grassi si rivolge anche a suo figlio, Luigi, che fa il giornalista. “Ma tu” gli chiede, “non conosci nessuno che abbia il grano e la voglia?” Luigi risponde: “C’è un mio compagno di scuola, Vittorio Strumulo, tifoso di Tano Belloni, che sa di sport e di economia”. Un colpo di telefono: è Strumulo a chiamare il commendator Zafferri. L’affare è fatto. Tanti sacchi di cemento, tanti cubi di legname, non è più abete degli Urali ma abete delle Alpi, le cui essenze sono identiche. Ed ecco il Vigorelli».

TEATRO DEI SOGNI

Al Vigorelli si sono concluse 22 tappe del Giro d’Italia (tra il 1937 e il 1985), 21 edizioni del Lombardia (la prima volta nel 1936) e 10 del Baracchi. Nel 1951 viene assegnata all’Italia l’organizzazione di un nuovo Mondiale. Sono sempre Tognetti e la sua Società Ciclistica Binda a organizzarlo, come già avevano fatto nel 1939. La parte della pista si realizza al Vigorelli. Tre italiani e un inglese conquistano i maggiori titoli in palio. Enzo Sacchi si aggiudica la maglia iridata nella velocità dilettanti: in finale batte l’australiano Russel Mockridge e Marino Morettini. Il britannico Reginal Harris per la terza volta consecutiva è campione mondiale nella velocità fra i professionisti. Ha la meglio sul francese Jacques Bellenger e sull’australiano Sydney Patterson. Mino de Rossi è campione mondiale dell’inseguimento fra i dilettanti e Toni Bevilacqua, battendo lo svizzero Hugo Koblet, è maglia iridata dell’inseguimento fra i professionisti.

Finita la guerra si mette in luce un giovanissimo Antonio Maspes, originario proprio del quartiere Musocco, vicino al Vigorelli. Ama la velocità e il surplace, di cui diventerà un vero maestro. Si allenava in questo esercizio per ore «mentre il custode Battista, per ingannare il tempo, gli leggeva La Gazzetta dello Sport», ricorda Rino Negri. Epici i duelli con l’altro italiano Sante Gaiardoni su questa e altre piste del mondo. Il Vigorelli non è solo ciclismo. Il 3 luglio 1950 ha ospitato un’esibizione degli Harlem Globetrotters. Seguirà un torneo nel 1953 con la squadra meneghina della Olimpia Borletti, il team USA All Stars e il CUS Milano. Ai Mondiali del 1955 Maspes (23 anni) conquista il primo titolo, battendo lo svizzero Plattner (già due volte campione del mondo) nella velocità Pro. Poi le stagioni delle Sei Giorni, dove Ferdinando ‘Nando’ Terruzzi era uno dei grandi specialisti. Ottima spalla per i campioni celebrati, da Coppi ad Anquetil, con un curriculum di 25 vittorie in 16 anni di attività. Il lunedì di Pasqua iniziava ufficialmente la stagione.

Sempre al Vigorelli si forma il quartetto d’oro dell’Ompiade del 1960, due lombardi (Vigna e Arienti) e due veneti (Testa e Vallotto). «Qui si correva ogni mercoledì. Lo chiamavano “il mercoledì del dilettante”, ma c’erano fior fiore di corridori: due o tre campioni del mondo, quattro o cinque campioni olimpici… Ecco perché venivano su dei bravi corridori. Poi qui venivano gli stradisti che vincevano alla domenica. Non era facile emergere sulla pista del Vigorelli, però imparavi», ricorda Marino Vigna. Poi le moto, come gli stayer (da 1800-2000 di cilindrata) e i derny (piccoli e leggeri da 50 a 75cc), che portano a gare in pista molto spettacolari. Si crea un’intesa e una sensibilità tra guidatore e corridore che è paragonabile a quella del tandem anche se con mezzi diversi. Tra i guidatori da ricordare c’è Mario Dagnoni, padre dell’attuale Presidente FCI.

Chi rendeva vivo il Vigorelli era chi ci lavorava dentro, come Pasquale De Lillo, massaggiatore (padre del corridore Domenico), il dottor Giuseppe Frattini e l’usciere Battista. Per un certo periodo è rimasta attiva l’officina di Luigi (Gigi) Platé, un ex pilota. Si trovava sotto la curva dalla parte opposta del rettilineo. Vista la vicinanza con la fabbrica del Portello, è facile pensare che lavorasse soprattutto sulle Alfa Romeo. L’altra, magica, officina è quella di Faliero Masi, indirizzato al Vigorelli da Learco Guerra dopo l’esperienza insieme alla Viscontea. Un piccolo mondo nel grande mondo del ciclismo. L’officina è attiva ancora oggi, a cura del figlio Alberto.

L’ultima volta che si disputarono i Mondiali al Vigorelli fu nel 1962. Nella finale della velocità, primo Maspes secondo Gaiardoni, mentre Bianchetto vince battendo il fratello di tandem Beghetto. Maspes fu anche responsabile tecnico del Vigorelli quando, in seguito a una caduta a Rocourt, cominciò a pensare al ritiro. Quando Maspes scomparve, nel 2000, l’amministrazione comunale milanese decise che il velodromo accogliesse, in suo onore, la denominazione ufficiale di Vigorelli-Maspes.

UN LENTO DECLINO

Quando il ciclismo non è più sufficiente per attrarre gli spettatori è il pugilato a riempire gli spalti. La struttura, o meglio il prato, viene pensata anche per eventi musicali, come i concerti pop e rock che stanno spopolando in Europa. Ecco allora che il 24 giugno 1965 si esibirono (nel pomeriggio e la sera) i Fab Four di Liverpool, i leggendari Beatles. Dal 1971 e fino a primi Anni ’80 le porte del velodromo si aprirono ai Led Zeppelin, a Frank Zappa, Carlos Santana, Clash, Dire Straits e altri nomi importanti della musica. La nevicata del 1985 segna il termine anche per questo tipo di attività (solo nel 1999 si tornerà a usare il Vigorelli per un concerto, quello di James Brown). Il declino però è ormai inevitabile. A metà Anni ’70 si prova a convertire il prato in pista in sabbia per le corse dei cani. Un sommovimento popolare arresta la trasfigurazione, ma non il suo abbandono. Poi appunto la nevicata del 1985, non eccezionale come evento, ma eccezionale per quantità di neve. Un peso troppo grande per il già malmesso tetto della struttura, che cade sulla pista. È l’inizio dell’oblio.

Si susseguono progetti per il recupero della struttura, ma quasi nessuno va in porto. Tra le iniziative per ridare attenzione al glorioso catino c’è quella di Francesco Moser, che nel 1986 sceglie la pista milanese per battere il Record dell’Ora a livello del mare, dopo quello conquistato a Città del Messico nel 1984. Moser riesce nell’impresa, ma poi sul Vigorelli torna l’ombra dell’abbandono. Importante in tal senso la testimonianza diretta di Marino Vigna: «A Milano poi è crollato il tetto del Vigorelli (1985). Quello è stato un vero disastro. Fermare l’attività per 7-8 anni vuol dire perdere la base dei praticanti. Il Comune e la politica hanno fatto un concorso per salvare il Vigorelli. Io purtroppo li ho frequentati tutti. Il velodromo già prima della nevicata del 1985 era in stato di semi abbandono e aveva scarsa manutenzione. La pista, a livello nazionale, non tirava più come un tempo e un monumento come il Vigorelli non se la passava bene.»

Prosegue Vigna: «Vengo contattato da Tagliabue (del Pedale Turbolento, che organizzava viaggi ed era un pubblicitario) il quale un giorno mi dice: “Con la Briko vorremmo fare delle foto per il catalogo al Vigorelli”. Per l’erba alta che c’era era più facile far andar dentro le mucche. Poi i listelli della pista erano saltati, la pista era malmessa. All’epoca non era ancora caduto il tetto. Tagliabue è riuscito a entrare e realizzare il servizio fotografico. Da lì ha avuto l’idea di raccogliere le firme per restaurare il velodromo. Diecimila firme raccolte in 15 giorni. Addirittura ha firmato Alain Prost (campione di Formula 1). Molto del successo dell’iniziativa è dovuto al fatto di aver messo il tavolino di raccolta alla Fiera di Milano. Allora l’hanno rifatto una prima volta. L’ultima volta gli ho detto: “Siccome questo qui non dura, spero di esserci quando lo inaugurerete un’altra volta”».

Al centro hanno messo erba sintetica, ci giocano a football americano. «Quando hanno rifatto la pista, io che non ne capisco niente, ho detto: “Non si può mettere il legno di 60 anni con il legno nuovo…” E l’ingegnere mi fa: “Cosa ne vuol sapere lei, col legno di adesso lavorato in modo speciale…” In effetti c’è solo un dito tra il legno vecchio e quello nuovo». Nel 1997 ci prova il gruppo Mapei, con Squinzi, a ridare una vita agonistica all’impianto con una prova di sci di fondo (presenti i migliori atleti del momento, dalla Belmondo a Piller Cotter). Nel 1998 si tenta un rilancio del ciclismo con una sera tra i pistard Collinelli e Martinello da una parte e gli stradisti Ballerini e Pantani dall’altra. Anche in questo caso non si ha un seguito. I costi di gestione cominciano a essere pesanti per l’amministrazione pubblica. Nel 2003 si apre al football americano. È in questo momento che si crea il Comitato Velodromo Vigorelli, composto da ciclisti, cittadini e addetti ai lavori che si oppongono alla decisione del Comune di smantellare la pista.

Nel 2013 viene realizzato un bando per il restauro totale del Vigorelli, con l’opzione di eliminare la pista per uno “stadio multifunzionale per diversi eventi”. Netta l’opposizione da parte del Comitato, che scrive al Ministero dei Beni e Attività culturali. Nello stesso anno l’impianto viene dichiarato “di interesse storico-artistico e storico” e la pista si salva. Segue il ricorso del Comune, che viene perso nel 2016. La società CityLife si aggiudica la gestione dell’impianto e, lentamente, cominciano i lavori di rifacimento degli spogliatoi e delle strutture interne (ancora in corso). Anche la pista ha bisogno di qualche sistemata, soprattutto nelle curve. La situazione è ancora in evoluzione.

Nel 2022 l’attenzione torna sul Vigorelli per una giornata di allenamento degli azzurri della pista, olimpionici a Tokyo, capitanati da Filippo Ganna e, soprattutto, per la partenza (per la prima volta) della Milano-Sanremo. Il futuro è tutto da scrivere e – si spera – da pedalare.

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Dove sta andando il Vigorelli?

Per rispondere a questa domanda abbiamo contattato il Comitato che ci ha gentilmente raccontato la realtà attuale. L’impianto, gestito dalla società Milano Sport (interamente partecipata dal Comune), è affittato dall’Associazione Comitato Velodromo Vigorelli. La struttura non è vista come un monumento storico, come un museo da preservare, ma come una costruzione attiva, polifunzionale (ciclismo, football americano, ecc.) da mettere a disposizione dei cittadini. Per il ciclismo in particolare c’è la prospettiva di aprire una scuola di ciclismo e farne un centro territoriale per la pista, sotto l’egida della Federazione. Si immagina nel futuro di potervi disputare delle corse anche a livello internazionale e magari un giorno tornare a far concludere il Giro nel velodromo.

Photo credits: Alberto Fanelli


 

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Tag: BE56vigorelli
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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

Non perdetelo!
SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA We are del SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA

We are delighted to announce the release of our first-ever special issue featuring a ‘Variant’ cover.

This is a special edition of Vintage Bicycles 75 – the same issue you’ll find on newsstands or on Amazon featuring the Colnago Oval CX – but in this case, the cover showcases the 1979 Cunningham CC Proto. 

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BIANCHI D1 PISTA 1902 Una bicicletta "misteriosa" BIANCHI D1 PISTA 1902

Una bicicletta "misteriosa" che apre il dibattito sull'evoluzione e le scelte tecnologiche della Bianchi a inizio del Novecento. Ne parliamo su BE75 dalla collezione di @fogagnolomarcello .

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A ‘mysterious’ bicycle that opens the debate on Bianchi's evolution and technological choices at the beginning of the 20th century. We discuss it on BE75 from Marcello Fogagnolo's collection.

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Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'U Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'Urbino, enfant prodige del telaismo e titolare del marchio Masi. 

L'abbiamo intervistato in una lunga, schietta e interessante chiacchierata nell'officina sotto le curve del Vigorelli, in cui è di recente rientrato, laddove il grande Faliero ha gettato le basi del mito.

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Our ‘Portrait’ in this issue is Simone D'Urbino, enfant prodige of frame building and owner of the Masi brand. 

We interviewed him in a long, candid and interesting chat in the workshop under the curves of the Vigorelli, where he recently returned, where the great Faliero laid the foundations of the legend.

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Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della D Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della Donna, ricorrenza che sostiene l'importanza della parità, della tutela e dei diritti in ogni ambito.

Pioniere di tutto questo sono state le donne in bicicletta, vere anticonformiste pronte a sfidare le convenzioni sociali per affermare il proprio diritto a pedalare.

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Da ricordare quella volta che si candidò alle elezioni ma la gente votò Bartali! (in foto)

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Table of contents:

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VINTAGE WORLD

Eroica News 2

AVI 4

NUVI 5

RSC 6

VCC 7

Épopée Sutter 8

Giro d'Italia d'Epoca 9

Ciclostoriche di Lombardia 10

Giro delle Regioni 11

Events calendar 12

PORTRAITS

Simone D'Urbino 14

ROUTES

La Vignastorica 18

Cover Story: COLNAGO OVAL CX 1982 22

BICYCLES

Maino Tipo E Balloon 1930 28

Bianchi D1 Pista 1902 32

King Corsa 1920s 36

Bianchi Super Extra 1946 40

Chesini Precision 1982 44

La Française Diamant 1901 48

Cunningham CC Proto 1979 54

Vedovati Fiorelli Germanvox 1969 60

PEOPLE

Runaway Words: Llega el Maravilla 64

José Manuel Fuente 66

Pietro Chesi 73

Vincenzo Torriani 74

The Monument Classics 78

Isidoro Bergaglio 81

VELOCULTURE

Ido Erani 82

Books 85

Velodrom Favorit Brno 1889 86

The origins of racing - part 2 90

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Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre pagine il Calendario delle Ciclostoriche 2026, in collaborazione con @eventbike.

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Lo trovate su BE75 in edicola adesso e sul nostro sito a questo indirizzo:

https://biciclettedepoca.net/news/il-calendario-delle-ciclostoriche-2026/

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JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU" Lo chiamavano " JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU"

Lo chiamavano "El Tarangu", un intraducibile termine in dialetto asturiano che significava grosso modo "il garzone", "l'uomo di fatica", ma anche "l'imprevedibile". Manuel José Fuente era così: uno scalatore indomito e illeggibile che, nella sua breve carriera, ha fatto tremare i più grandi, compreso Eddy Merckx.

Ce lo racconta Alessio Stefano Berti su BE75 adesso in edicola.

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They called him ‘El Tarangu’, an untranslatable term in Asturian dialect that roughly meant ‘the lad’, ‘the labourer’, but also ‘the unpredictable one’. Manuel José Fuente was just that: an indomitable and unpredictable climber who, in his short career, made the greatest riders tremble, including Eddy Merckx.

Alessio Stefano Berti tells us all about him in BE75, now on Amazon worldwide.

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