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Home News Le Biciclette

Rola D4 Mezza Corsa 1938

Qualità a buon mercato dal Piemonte

di Luca Pit
25 Gennaio 2024
in Le Biciclette
Tempo di lettura: 4 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

Copertina Biciclette d'Epoca Acquista/Abbonati

Ci è capitato spesso di parlare delle biciclette Frejus, descrivendone la mirabile qualità costruttiva, ma raramente abbiamo avuto occasione di illustrare su queste pagine le biciclette Rola, che erano il marchio “a buon mercato” della ditta di Emmo Ghelfi.

Come spesso iniziava ad accadere – siamo infatti agli albori del marketing commerciale – le aziende affermate decidevano di vendere le biciclette meno lussuose di propria fabbricazione con un segno distintivo diverso da quello già affermato sul mercato.

Il motivo di queste scelte risiede principalmente nell’evitare di “annacquare” il marchio principale, ovvero evitare di vendere un prodotto secondario e più economico sotto quello stesso marchio, conservando così il prestigio acquisito dal marchio principale nel tempo. Sorge spontanea una domanda: perché le grandi case ciclistiche cominciarono ad aver bisogno di ricorrere a marchi secondari? Dal punto di vista economico, la risposta va ricercata nei cambiamenti demografici e industriali del secolo scorso. Dal lato della domanda, l’esplosione demografica creava una miriade di nuovi consumatori. Dal lato dell’offerta, la nuova industrializzazione imponeva l’adozione di economie di scala ai fabbricanti. I marchi di seconda fascia aiutavano a raggiungere i nuovi consumatori e contribuivano a raggiungere le economie di scala necessarie a ripagare i nuovi impianti produttivi.

In questo scenario erano nati ad esempio i marchi Touring e Tebro quali seconde marche della Bianchi, Wolsit e Perla quali seconde marche della Legnano, Airolg quale seconda marca della Gloria, ecc. Allo stesso modo il marchio Rola venne registrato presso la Camera di Commercio di Torino il 23 dicembre 1931, e sin da subito andò a contraddistinguere la produzione più economica della casa torinese. È bene sottolineare che sullo sfondo veniva sempre evidenziato che la produzione era riconducibile al marchio principale, al fine di garantirne la buona qualità costruttiva e probabilmente elevare il marchio secondario rispetto alla miriade di concorrenti presenti su tutto il territorio nazionale.

La bicicletta che presentiamo in queste pagine, appartenente alla collezione di Alessandro Foggetti, che le ha restituito la dignità che meritava con un attento restauro, è una Rola modello D4 Mezza Corsa, che a differenza del modello da Corsa D5 è equipaggiata di ruote per copertoni in luogo dei tubolari. Il telaio ha congiunzioni frastagliate, con forme più simili ai modelli Frejus da corsa di inizio Anni ’30 che di quelle coeve. Se non ci si ferma al primo sguardo, la forcella con foderi meno inclinati, l’assenza di oliatori o ingrassatori al movimento centrale, il forcellino giroruota con cava lunga e le tubazioni più sottili rimandano chiaramente alla produzione ciclistica della fine di quel decennio. La forcella ha una testa tipicamente usata dalla ditta torinese sulle Rola, e spesso incontrata su tante produzioni piemontesi tanto che ogni volta lascia il dubbio che le bici che la adottano provengano sempre dallo stabilimento di piazza Statuto per poi essere rimarchiate.

RANGHI DIVERSI

Circa il telaio, la differenza principale che si nota rispetto alle biciclette coeve a marchio Frejus è la qualità delle tubazioni utilizzate: il meglio per leggerezza e qualità sulle Frejus (Reynolds e tubazioni conificate al manganese), tubazioni di rango inferiore sulla Rola. Sull’allestimento se possibile la differenza di rango si nota ancora di più: sulla Rola non sono infatti presenti componenti in duralluminio, mentre sulla più nobile produzione a marchio Frejus gli stessi abbondavano. Tuttavia, la componentistica rimane di ottimo livello.

Il manubrio è costituito da una pipa Ambrosio in ferro a cui è fissata una piega anch’essa in ferro. L’impianto frenante è composto da una coppia di pinze marcate Rola, già di tipo non a mensola, azionate da due leve freno in ferro fascettate al manubrio. Il movimento centrale non presenta particolari alleggerimenti, che in quel periodo erano piuttosto diffusi sulle bici dei grandi marchi, e anche la serie sterzo è piuttosto comune. La guarnitura, probabilmente di produzione Magistroni, presenta però alleggerimenti sulle pedivelle ed è accoppiata a pedali a sega in ferro, di tipo piuttosto economico all’epoca, senza centro intero. Le ruote sono costruite assemblando una coppia di mozzi giroruota in acciaio cromato a un coppia di cerchi tipo R in ferro, tramite raggi in acciaio verniciato in nero.

Alle estremità del mozzo posteriore sono presenti una ruota libera e un pignone fisso di dimensioni più contenute, mentre una candida coppia di coperture Olmo fabbricate in Italia contrasta piacevolmente la vernice rossa della bicicletta. Dello stesso colore i parafanghi in acciaio di larga misura, il posteriore adeguato alla legge in vigore in quegli anni grazie alla vernice bianca e alla gemma in vetro pallinato. Splendidamente conservata la sella da corsa in lamina di cuoio marchiata Rola, saldamente ancorata al tubo orizzontale tramite un accessorio molto in voga all’epoca. Meritevoli di particolare menzione anche tutte le decalcomanie presenti, in particolare quella presente in rosso contornato oro in un carattere tipicamente in stile futurista. Il portaborracce Reg con borraccia in alluminio, il cinghietto porta camera d’aria e un gonfiatore con attacchi in ottone ci riportano con la mente alle strade polverose che la Rola immaginiamo abbia affrontato, pronta ad accompagnare le fatiche del nuovo ciclista italiano della classe operaia, probabilmente ancora poco danaroso ma già voglioso di realizzare il sogno bicicletta!


A cura di: Luca Pit Web: registrostoricocicli.com Collezione e foto: Alessandro Foggetti


Scheda tecnica

Marca: Rola

Modello: D4 Mezza Corsa

Anno: 1938

Telaio: in acciaio

Cambio: giroruota

Guarnitura: Magistroni

Freni: marchiati Rola

Pipa: Ambrosio in ferro

Portaborracce: Reg

Pneumatici: Olmo

Sella: Rola in cuoio


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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

Non perdetelo!
SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA We are del SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA

We are delighted to announce the release of our first-ever special issue featuring a ‘Variant’ cover.

This is a special edition of Vintage Bicycles 75 – the same issue you’ll find on newsstands or on Amazon featuring the Colnago Oval CX – but in this case, the cover showcases the 1979 Cunningham CC Proto. 

It is a tribute we wanted to pay to this hugely significant bicycle and to the article produced in collaboration with the Marin Museum and MTB legend Joe Breeze.

But that’s not all: to make this issue even more special, we’ve added a full 16 extra pages dedicated to iconic MTBs of the past: the 1985 Ritchey Team Comp, the 1990 Rauler, the Breezer Lightning and the 1996 AMP B4, masterfully described by our very own Fausto Delmonte.

A collector’s edition that we hope will appeal to the many enthusiasts of the ever-fascinating world of vintage MTBs!

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BIANCHI D1 PISTA 1902 Una bicicletta "misteriosa" BIANCHI D1 PISTA 1902

Una bicicletta "misteriosa" che apre il dibattito sull'evoluzione e le scelte tecnologiche della Bianchi a inizio del Novecento. Ne parliamo su BE75 dalla collezione di @fogagnolomarcello .

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BIANCHI D1 TRACK 1902

A ‘mysterious’ bicycle that opens the debate on Bianchi's evolution and technological choices at the beginning of the 20th century. We discuss it on BE75 from Marcello Fogagnolo's collection.

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Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'U Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'Urbino, enfant prodige del telaismo e titolare del marchio Masi. 

L'abbiamo intervistato in una lunga, schietta e interessante chiacchierata nell'officina sotto le curve del Vigorelli, in cui è di recente rientrato, laddove il grande Faliero ha gettato le basi del mito.

Su BE75 in edicola adesso.

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Our ‘Portrait’ in this issue is Simone D'Urbino, enfant prodige of frame building and owner of the Masi brand. 

We interviewed him in a long, candid and interesting chat in the workshop under the curves of the Vigorelli, where he recently returned, where the great Faliero laid the foundations of the legend.

On BE75, available now.

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Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della D Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della Donna, ricorrenza che sostiene l'importanza della parità, della tutela e dei diritti in ogni ambito.

Pioniere di tutto questo sono state le donne in bicicletta, vere anticonformiste pronte a sfidare le convenzioni sociali per affermare il proprio diritto a pedalare.

Qui una copertina di "Figarò Illustré" del settembre 1893, rivoluzionaria per l'epoca e per lo scandalo che davano le donne in bicicletta con i pantaloni (detti "bloomer").
Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e il patron del Giro d'Italia. Una figura gigantesca che ha guidato la corsa rosa attraverso le strade di tutto il Paese.

Da ricordare quella volta che si candidò alle elezioni ma la gente votò Bartali! (in foto)

Ce ne parla Marco Pasquini su BE75 in edicola adesso.

Buona domenica!

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Vincenzo Torriani was the face and patron of the Giro d'Italia for 40 years. A larger-than-life figure, he guided the pink race through the streets of the entire country.

We remember when he ran for election but the people voted for Bartali! (in photo)

Marco Pasquini tells us about it in BE75, now on newsstands.

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Table of contents:

IN THIS ISSUE

VINTAGE WORLD

Eroica News 2

AVI 4

NUVI 5

RSC 6

VCC 7

Épopée Sutter 8

Giro d'Italia d'Epoca 9

Ciclostoriche di Lombardia 10

Giro delle Regioni 11

Events calendar 12

PORTRAITS

Simone D'Urbino 14

ROUTES

La Vignastorica 18

Cover Story: COLNAGO OVAL CX 1982 22

BICYCLES

Maino Tipo E Balloon 1930 28

Bianchi D1 Pista 1902 32

King Corsa 1920s 36

Bianchi Super Extra 1946 40

Chesini Precision 1982 44

La Française Diamant 1901 48

Cunningham CC Proto 1979 54

Vedovati Fiorelli Germanvox 1969 60

PEOPLE

Runaway Words: Llega el Maravilla 64

José Manuel Fuente 66

Pietro Chesi 73

Vincenzo Torriani 74

The Monument Classics 78

Isidoro Bergaglio 81

VELOCULTURE

Ido Erani 82

Books 85

Velodrom Favorit Brno 1889 86

The origins of racing - part 2 90

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Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre pagine il Calendario delle Ciclostoriche 2026, in collaborazione con @eventbike.

Tutti gli appuntamenti dell'anno per non perderne nemmeno uno.

Lo trovate su BE75 in edicola adesso e sul nostro sito a questo indirizzo:

https://biciclettedepoca.net/news/il-calendario-delle-ciclostoriche-2026/

Se volete segnalare il vostro evento, scrivete a info@eventbike.it
JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU" Lo chiamavano " JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU"

Lo chiamavano "El Tarangu", un intraducibile termine in dialetto asturiano che significava grosso modo "il garzone", "l'uomo di fatica", ma anche "l'imprevedibile". Manuel José Fuente era così: uno scalatore indomito e illeggibile che, nella sua breve carriera, ha fatto tremare i più grandi, compreso Eddy Merckx.

Ce lo racconta Alessio Stefano Berti su BE75 adesso in edicola.

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They called him ‘El Tarangu’, an untranslatable term in Asturian dialect that roughly meant ‘the lad’, ‘the labourer’, but also ‘the unpredictable one’. Manuel José Fuente was just that: an indomitable and unpredictable climber who, in his short career, made the greatest riders tremble, including Eddy Merckx.

Alessio Stefano Berti tells us all about him in BE75, now on Amazon worldwide.

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