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Home News Le Biciclette

Masi Special Pista Maspes

Due geni, due artisti, due talenti uniti da una bicicletta unica...

di Alessandro Galli
5 Agosto 2018
in Le Biciclette, News
Tempo di lettura: 6 minuti
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Biciclette d'Epoca

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C’è una strada, a Milano, che è lunga cinque chilometri e spiccioli. Una strada che a guardarla oggi non ha niente di speciale, persa com’è tra i tentacoli della metropoli, soggiogata dall’imponente presenza dei grattacieli di Milano City Life, il nuovo quartiere dirigenziale sorto nel nord ovest della capitale meneghina sulle fondamenta di quella che era una volta la Fiera di Milano, spostatasi oggi nel nuovo gigantesco sito di Rho che ha ospitato EXPO 2015, rilanciando le ambizioni internazionali della città.

Ma c’è stata un’epoca in cui quei cinque chilometri e spiccioli hanno avuto una dimensione internazionale importante, addirittura mondiale, perché la strada che univa Musocco, quartiere milanese a fianco del cimitero Maggiore, al velodromo Vigorelli univa anche due personaggi i cui destini si sarebbero a un certo punto delle loro vite intrecciati fino a non separarsi mai più.

Parliamo degli anni che vanno dalla metà dei ’40 fino alla fine dei ’60 e oltre. E parliamo di due figure che ancora oggi gettano la loro gigantesca ombra sul mondo del ciclismo e dello sport italiano. Due maestri, due artisti, due perfezionisti che la bicicletta ha unito indissolubilmente al punto da averli avvicinati anche nell’estremo saluto. Parliamo di Antonio Maspes e di Faliero Masi, il campione e telaista la cui firma appare sulla bicicletta che vedete in queste pagine: una Masi Special Pista che Maspes amava al punto da custodirla in casa propria.

Un rapporto unico

La storia di Maspes e Masi, com’è noto, è una storia legata da un filo strettissimo e più che doppio. Faliero Masi, che è stato prima corridore di modesto livello e poi artigiano telaista d’impareggiabile maestria, ha costruito biciclette per il campione milanese sin da quando, a 14 anni, un giovanissimo Antonio s’innamorò delle corse su pista proprio al Vigorelli – che oggi si chiama appunto «Vigorelli – Maspes» – attirato al suo interno dal rumore che facevano le moto apripista nelle gare di stayer. Una folgorazione. Fu lì che Maspes decise che voleva competere in quel mondo. Una voglia tale da arrivare a falsificare il proprio documento d’identità, nel ’47, pur di partecipare (vincendo) al Campionato Italiano Allievi. Era di casa da Masi, Antonio Maspes, soprattutto da quando, nel ’50, il telaista di orgini toscane (era nato infatti a Sesto Fiorentino) trasferì la propria bottega sotto gli spalti del Vigorelli, dov’è ancora oggi.

Con quelle bici, Maspes vinse tutto, portando Milano e l’Italia sul tetto del mondo per un’epoca d’oro – e mai più rivissuta – del ciclismo su pista. Sette Campionati Mondiali, tredici Campionati Italiani (più due tra i dilettanti), cinque Gran Premi di Parigi consecutivi, vittorie in Europa e nel mondo contro avversari poderosi come Plattner, Van Vielt, Derkson e Michael Rousseau, il francese che batté due volte in finale Mondiale, ad Amsterdam nel ’59 e a Zurigo nel ’61, grazie alla propria astuzia, alla propria leggendaria capacità di restare in surplace e a quelle gambe talmente esplosive che negli ultimi duecento metri bruciavano i tubolari e spaccavano gli orologi.

Lo strepitoso talento di Maspes fu un brodo di coltura per tutto il movimento del ciclismo su pista. Tra il ’55 e il ’68 l’Italia si aggiudicò ben undici titoli Mondiali grazie a lui, all’eterno rivale Sante Gaiardoni – con cui fino all’ultimo avrebbe lavorato al recupero del Vigorelli – e con Giuseppe Beghetto. Campioni che si sarebbero affermati anche in sede Olimpica portando il ciclismo italiano al vertice nel settore della velocità su pista. Nel corso di questa incredibile carriera, Faliero Masi costruì per Maspes divese biciclette. Pezzi unici, costruiti su misura. «Da sarto», verrebbe da dire, ma Masi era per Maspes qualcosa di più. Lui lo considerava «un orologiaio», vista la sua meticolosità nel plasmare una bicicletta che poi «l’Antonio» trasformava strepitose vittorie sulle piste di tutto il mondo.

Dettagli personali

Perché Faliero Masi è stato più che un telaista. È stato un vero artista che ha traguardato al di là delle conoscenze tecnologiche della propria epoca. Come aveva fatto, prima di lui, Leonardo Da Vinci, genio toscano al servizio di Ludovico Sforza detto «Il Moro» che proprio a Milano, come Faliero, aveva trovato la propria patria. Masi sapeva leggere il corpo di un corridore e trasferire le sue misure e la sua postura nelle bici che costruiva. Come in quella leggendaria notte del ’67, quando in poche ore costruì la bicicletta con cui Jacques Anquetil, il giorno seguente, polverizzò proprio al Vigorelli il record di Riviere che resisteva dal ’58 (salvo poi non venire omologato perché Jacquot si rifiutò di sottoporsi al controllo antidoping). Ecco perché le sue biciclette erano così speciali e fu una vera fortuna che lui e Maspes potettero lavorare così a stretto contatto.

Intensamente uniti in vita, Masi e Maspes lo furono anche, come accennato, nel momento dell’estremo saluto. Entrambi infatti scomparvero nel 2000. Prima il vecchio telaista, giunto ormai alla veneranda età di 92 anni, e poi il campione, stroncato da un infarto. Incredibile come quel cuore capace di passare in pochi istanti da 30 a 150 battiti abbia potuto cedere così di schianto, ma del resto Maspes se ne è andato in maniera roboante, da «bauscia», esattamente come aveva vissuto.

La Masi Pista Special rimase di proprietà della famiglia Maspes fino al 2010, quando la prematura scomparsa del figlio di Antonio, Roberto, indusse la moglie di quest’ultimo a mettere in vendita i ricordi e gli oggetti che erano appartenuti al grande campione milanese. Un’occasione unica per i collezionisti, perché la cosa veramente particolare, al di là degli aspetti tecnici, è il fatto che Maspes abbia voluto tenere questa bici vicino a sé per tutta la propria vita, conservandola in casa. Come da lui stesso dichiarato, Maspes ha avuto a disposizione, nella propria carriera professionistica, non più di 7/8 telai fatti da Masi, finendo per tenerne per sé solo un paio. Gli altri sono finiti al Santuario del Ghisallo, al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, al Vel d’Hiv di Parigi. Il numero è così ridotto per via della mania di perfezionismo che caratterizzava entrambi, al punto da farli lavorare con tempi molto lunghi e con una grandissima attenzione al dettaglio. Maspes era capace di portare Masi all’esperazione per la sua maniacale ricerca della prestazione.

Difficile dire se questa bici, che certamente ha corso e quindi vinto – considerata la carriera di Maspes – sia legata a un episodio in particolare. Certamente simboleggia un’epoca, ed è stata ritrovata talmente ben conservata che di fatto è stato necessario solo spolverarla farle un minimo di manutenzione. È comunque una bici che è stata vissuta, riverniciata e con decal non coeve, come confermato da Alberto Masi, figlio di Faliero che ne ha ereditato la bottega. Ma è stato deciso di mantenerla così, con il tocco che il campione ha voluto darle in vita. Una vera opera d’arte, testimone e punto di contatto tra lo straordinario talento di Masi e quello di Maspes, entrambi puntigliosi al punto che bastava una saldatura raffreddata in tempi differenti per accorgersi, in pista, che la bici avesse qualcosa di diverso. Chissà, forse il campione di Musocco ha voluto tenerla vicino a sé per ricordarsi, con una qualche nostalgia o rimorso, quella grande tracotanza che l’aveva sempre caratterizzato. “Ho vissuto il giorno e la notte”, disse una volta, già avanti con gli anni, “e il viveur che porto dentro l’ho fatto tacere troppo tardi”. Ancora oggi, quel campione nei panni del viveur continua a gridare attraverso le sue bici e il ricordo delle sue imprese. Antonio e Faliero, senz’altro, ne staranno parlando anche adesso.


Collezione e foto: Michele Lozza


Scheda tecnica

  • Marca: Masi
  • Modello: Special Pista
  • Anno: metà Anni ’60 circa
  • Gruppo: Campagnolo Record Pista
  • Ruote: Fiamme da 28″
  • Pipa e piega: Cinelli
  • Sella: Brooks

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Questa bicicletta è nata per scrivere nel mito. Per questo abbiamo voluta raccontarla dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica con Paolo Amadori, da quello storico con Carlo Delfino e da quello puramente tecnico grazie a Michele Asciutti del Registro Storico Cicli.

Un approfondimento corposo che permette di capire le logiche della Squadra Corse Bianchi alla fine degli Anni '40, per una bicicletta che è stata la prima a montare il cambio Campagnolo "Tipo nuovo", che si sarebbe poi chiamato Parigi-Roubaix a partire dalla vittoria di Coppi alla Pascale del 1950.

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This bicycle was built to become a legend. That is why we wanted to explore it from the perspective of technological evolution with Paolo Amadori, from a historical perspective with Carlo Delfino, and from a purely technical perspective thanks to Michele Asciutti of the Registro Storico Cicli.

A comprehensive analysis that sheds light on the philosophy of the Bianchi Racing Team in the late 1940s, for a bicycle that was the first to feature the Campagnolo “Tipo nuovo” derailleur, which would later be named the Paris-Roubaix following Coppi’s victory at the 1950 Easter Classic.

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La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

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Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

Non perdetelo!
SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA We are del SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA

We are delighted to announce the release of our first-ever special issue featuring a ‘Variant’ cover.

This is a special edition of Vintage Bicycles 75 – the same issue you’ll find on newsstands or on Amazon featuring the Colnago Oval CX – but in this case, the cover showcases the 1979 Cunningham CC Proto. 

It is a tribute we wanted to pay to this hugely significant bicycle and to the article produced in collaboration with the Marin Museum and MTB legend Joe Breeze.

But that’s not all: to make this issue even more special, we’ve added a full 16 extra pages dedicated to iconic MTBs of the past: the 1985 Ritchey Team Comp, the 1990 Rauler, the Breezer Lightning and the 1996 AMP B4, masterfully described by our very own Fausto Delmonte.

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BIANCHI D1 PISTA 1902 Una bicicletta "misteriosa" BIANCHI D1 PISTA 1902

Una bicicletta "misteriosa" che apre il dibattito sull'evoluzione e le scelte tecnologiche della Bianchi a inizio del Novecento. Ne parliamo su BE75 dalla collezione di @fogagnolomarcello .

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BIANCHI D1 TRACK 1902

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Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'U Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'Urbino, enfant prodige del telaismo e titolare del marchio Masi. 

L'abbiamo intervistato in una lunga, schietta e interessante chiacchierata nell'officina sotto le curve del Vigorelli, in cui è di recente rientrato, laddove il grande Faliero ha gettato le basi del mito.

Su BE75 in edicola adesso.

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Our ‘Portrait’ in this issue is Simone D'Urbino, enfant prodige of frame building and owner of the Masi brand. 

We interviewed him in a long, candid and interesting chat in the workshop under the curves of the Vigorelli, where he recently returned, where the great Faliero laid the foundations of the legend.

On BE75, available now.

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Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della D Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della Donna, ricorrenza che sostiene l'importanza della parità, della tutela e dei diritti in ogni ambito.

Pioniere di tutto questo sono state le donne in bicicletta, vere anticonformiste pronte a sfidare le convenzioni sociali per affermare il proprio diritto a pedalare.

Qui una copertina di "Figarò Illustré" del settembre 1893, rivoluzionaria per l'epoca e per lo scandalo che davano le donne in bicicletta con i pantaloni (detti "bloomer").
Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e il patron del Giro d'Italia. Una figura gigantesca che ha guidato la corsa rosa attraverso le strade di tutto il Paese.

Da ricordare quella volta che si candidò alle elezioni ma la gente votò Bartali! (in foto)

Ce ne parla Marco Pasquini su BE75 in edicola adesso.

Buona domenica!

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Vincenzo Torriani was the face and patron of the Giro d'Italia for 40 years. A larger-than-life figure, he guided the pink race through the streets of the entire country.

We remember when he ran for election but the people voted for Bartali! (in photo)

Marco Pasquini tells us about it in BE75, now on newsstands.

Have a nice Sunday!

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