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Home News Bicicultura

La Rover e la saga degli Starley

Il genio di John Kemp al servizio dell'evoluzione del velocipede

di Alfredo Azzini
20 Giugno 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 8 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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Il marchio Rover, oltre che rappresentare una delle aziende più gloriose e longeve del firmamento inglese, ci permette di tracciare la storia industriale di una delle famiglie più creative del panorama velocipedistico mondiale.

John Kemp Starley (Walthamstow, 24/12/1855 – 29/10/1901), il fondatore di quella che diverrà la Rover Company, era nipote di James Starley (Albourne, 21/4/1831 – Coventry, 17/6/1881), il padre dell’industria britannica dei cicli e genio della meccanica. Da giovanissimo, giardiniere con l’hobby della riparazione degli orologi, James fu in grado, da autodidatta, di migliorare la meccanica della macchina di cucire. All’età di ventisette anni venne assunto da Josiah Turner nella fabbrica di macchine da cucire Newton Wilson & Company e dopo soli due anni i due costituirono la Coventry Sewing Machines Company (CSMC), che nel 1869 avviò la collaborazione con la fabbrica parigina di michaudine Turner & Company, di proprietà di Roley Turner nipote di Josiah. Così l’azienda modificò la sua denominazione in Coventry Machinists Company (CMC), la prima industria inglese di velocipedi che agli inizi degli Anni ’90 dell’800, assumendo la denominazione di un suo modello di grande successo, divenne Swift Company.

James Starley abbandonò la CMC nel febbraio del 1872 per costituire, in società con Borthwich Smith, la Smith Starley & Co, con sede a Coventry in St. Agnes Lane, che con l’entrata in società di William Hillman si trasformò poi nella celeberrima Ariel Works, la cui sede fu spostata in Spon Street. A James Starley si devono brevetti importanti come quello del triciclo Coventry Rotary, ma anche quello dei raggi tangenti che, conferendo alla ruota incredibili doti di resistenza, permetteva di ridurre il numero dei raggi stessi. Questo brevetto permise la realizzazione delle grandi ruote dei bicicli, le biciclette a ruota alta, e fu proprio per esaltarne le doti di leggerezza che un modello venne intitolato ad Ariel, il dio dell’aria. Il successo fu tale da portare la fabbrica Starley & Hillman a essere ribattezzata Ariel.

Anche i numerosi nipoti di James, figli del fratello maggiore John, cavalcarono negli Anni ’70 dell’800 l’espansione dell’industria meccanica inglese di quel felicissimo periodo, dovuto anche alle sventure che colpirono i francesi a seguito della sconfitta nella guerra franco – prussiana che portò al fallimento e alla chiusura di molte fabbriche di velocipedi.

Esperienza formativa

I fratelli Starley producevano con il marchio Psycho, tuttavia John Kemp fece la scelta di seguire lo zio James nell’esperienza della Starley & Hillman, dove si formò proprio nella costruzione dei modelli Ariel, Swiftsure, Tangent e dei tricicli Coventry Lever e Coventry Rotary. Egli però lasciò la fabbrica dello zio nel 1877 e l’anno successivo si mise a costituire velocipedi in proprio. Nel 1879 fondò la società Starley & Sutton con William Sutton, un facoltoso commerciante di tessuti e articoli per mercerie intenzionato a investire la sua cospicua fortuna nell’emergente industria ciclistica. Le notizie sulla produzione di questi primi anni sono piuttosto scarse anche perché non venivano stampati cataloghi. In quegli anni furono certamente prodotti dei modelli piuttosto all’avanguardia come il Meteor, lo strabiliante Compressus e il Tom Tit.

Il Meteor era un innovativo triciclo dal telaio a Y con la forca aperta sul davanti, dove si trovavano le grandi ruote di cui una libera e una motrice, il differenziale non era ancora presente. La ruota sterzante, azionata da una manopola, era situata al posteriore e il sellino era munito di una balestra ammortizzatrice. Il peso di poco più di 60 libbre, circa 27 kg, lo faceva uno dei tricicli più leggeri, il prezzo era di 16 sterline e 16 scellini. Grazie al brevetto registrato assieme al fratello William, furono realizzati i modelli Compressus e Tom Tit, che presentavano la trazione sull’unica ruota anteriore alloggiata sulla parte sinistra di una innovativa mono-forcella. Il Compressus era un folding-tricycle unico nel suo genere e presentava la soluzione di essere pieghevole lungo il suo asse longitudinale, in modo da poter essere riposto in poco spazi. Con il Tom Tit, anch’esso a “trazione anteriore”, si raggiungeva il record di leggerezza: infatti pesava in media dai 5 ai 10 Kg meno di ogni altro triciclo della sua epoca. Nel 1880 venne presentato il triciclo Compressus no. 2 che alleggeriva la struttura di circa 10 libbre, poco meno di 5 kg, e rispetto al primo triciclo pieghevole presentava un sistema di piegamento molto più semplice.

Dopo l’esperienza dei Compressus, tutti i modelli di velocipedi prodotti utilizzavano il marchio Meteor, in particolare il Meteor no. 1 e no. 2 riguardavano due penny farthing. Con questo termine venivano identificate le grand bi, in quanto le ruote, tra loro così sproporzionate, sembravano assomigliare alla grossa moneta del penny accostata a quella del minuscolo fathing. Nella guida “Indispensable Bicyclist’s Handbook and Guide to Bicycling” venne descritto un Meteor Safety nel quale salta all’occhio la presenza di un carter (leg-guard) e ciò fa pensare che sia un modello di penny farthing con pedali ribassati e muniti di rinvio a catena o ingranaggio sul tipo del Kangaroo.

Il modello penny farthig Meteor no. 2, con un peso di circa 40 libbre (18 Kg), resterà a catalogo per diversi anni. Nei due anni successivi apparvero i tricicli Royal Meteor no. 1 e no. 2. Entrambi presentavano il pedaliere a biella e due grandi ruote motrici con l’evidente presenza del differenziale. Il primo, più largo, era caratterizzato dal ruotino sterzante posto dietro mentre nell’altro, più stretto, lo sterzo era anteriore. Quest’ultimo triciclo servì da base per il Meteor Sociable, un larghissimo triciclo a posti affiancati. E finalmente nacque la Rover mod. 31A, la capostipite di una generazione di grande fortuna commerciale e per questo forse mitizzata, ma dall’apprezzabile contenuto tecnologico.

LA ROVER 31A

Non è dato sapere se questo modello fosse stato costruito nel 1884 come da molti sostenuto. Il dato certo è che fu presentato allo Stanley Cycle Show che si tenne tra il 18 gennaio e il 3 febbraio 1885. Il modello, che fu anche impropriamente definito il primo bicicletto con telaio a diamante aperto e ruote di eguale misura, in realtà era una safety cycle con la ruota anteriore maggiore della posteriore. Una delle novità che più interessavano in questo modello era l’adattabilità della bicicletta al fisico del ciclista, infatti la sella poteva essere alzata, abbassata e fatta scorrere in avanti o indietro. Lo stesso poteva dirsi del manubrio di tipo indiretto.

Prima della fine dell’anno venne fatta un’importante variante del manubrio, che fu spostato in avanti per lavorare in asse con la forcella anteriore diventando così di tipo diretto: era nato il mod. 31B. Quasi contemporaneamente al modello 31B, la rivista Weel World del novembre del 1885 illustrava un modello che non era a catalogo ma che creava una rottura completa con i suoi predecessori: si trattava del Rover mod. 31C, che ufficialmente comparve a catalogo nel 1886 e che introdusse una vera rivoluzione soprattutto nel telaio, formato sostanzialmente da due tubi curvi congiunti tra loro con la forcella anteriore collaborante direttamente con l’asse dello sterzo.

Anche questo modello fu presentato allo Stanley Cycle Show di Londra del 1886, dove venne salutato come il modello più innovativo. Il prezzo di 22 sterline era commercialmente estremamente competitivo, collocandosi ben al di sotto del prezzo di una grand bi, che era di circa 30 sterline, e alla metà del costo di un triciclo. La strada intrapresa, insomma, era quella giusta per garantire al nuovo modello il grande successo che infatti riscosse. Si noti che in due anni la società presentò praticamente tre modelli Rover sostanzialmente diversi, ciò sottolinea l’effervescenza delle idee e la capacità di innovazione che erano presenti un po’ in tutte le industrie inglesi di quegli anni.

Stranamente, nel momento dell’apice del successo, William Sutton decise di lasciare la società, cedendo la sua partecipazione a J.K. Starley. Sutton morì purtroppo alcuni mesi dopo in un violento incidente. La società proseguì e nel 1888 assunse la denominazione di J.K. Starley and Co.

IL BELLISSIMO 1887

Ma forse l’anno più prolifico di meraviglie ciclistiche fu il 1887, che vide l’uscita di un catalogo con ben cinque bicicletti Rover: Rover Safety, Rover n. 2, River Racer, Irish and American Rover e Special Rover. Tutti di ottima fattura e realizzati con materiali di alta qualità. Tra essi primeggiava lo Special Rover, che era un’evoluzione dell’apprezzato telaio 31C cui era stato applicato il brevetto 12.586 che prevedeva una forcella anteriore ammortizzata o meglio un sistema di aggancio della forcella al telaio, che lavorava completamente staccata da esso, composto da tre bracci con funzione ammortizzatrice. Fu definita la miglior bicicletta del mondo. Nel catalogo del 1888 questo modello cambierà il nome in Spring Frame, pur rimanendo sostanzialmente identico allo Special. L’elemento che caratterizzò fortemente il catalogo di quell’anno è una concessione alla moda dei cross frames (telai a croce), nati nel 1886 in casa Premier per intuito di Hillman, Herbert e Cooper e prodotti quasi in contemporanea con la Ivel di Dan Albone. Così anche la Rover inizio a guardare a questo tipo di safety cycle, che avendo il pregio di avere un telaio più semplice poteva essere offerto a un prezzo notevolmente più competitivo. Si passava infatti dal costo di £ 21 per il Sochet-steerer Rover, bicicletto con telaio a diamante aperto messo a catalogo nel 1889, alle £ 14 dell’Universal Rover safety, con il classico telaio a croce e con tirante basso: stiamo quindi parlando di un prezzo inferiore di terzo.

Allo Stanley Cycle Show del 1889 fu presentato il Rover Rational Tandem: era il periodo in cui si stavano abbandonando i tricicli sociabili e si stava cercando un’alternativa con bicicletti a posti multipli. Il Rational tandem era sostanzialmente un ibrido con la parte anteriore costituita da un biciclo e la parte posteriore da un bicicletto. Non era nulla di nuovo perché già del 1884 un modello simile era stato ideato da William Gwinnett, inutile dire che non ebbe nessun successo. Un passo invece molto significativo fu fatto dalla J.K. Starley Company l’anno successivo, 1890, quando furono affiancati ai modelli a croce e a quelli con telaio a diamante curvo ben quattro modelli con telaio a diamante regolare e diritto. Stiamo parlando del Diamond Rover con telaio a diamante aperto, in quanto mancante del tubo sella; del Rover Racer, con telaio regolare a diamante chiuso e sterzo a pivot; del Rover Semiracer con telaio regolare e sterzo integrato nel canotto con movimento a sfere; e da ultimo dell’Universal Diamond Rover, molto simile al Rover Racer ma più pesante e munito di parafanghi.

Piano piano la produzione si rivolse solo a questa tipologia di biciclette, che subirono una continua metamorfosi in particolare con il modello racer, il cui telaio si inclinò sempre si più. Ormai la J.K. Starley & Co. era una ditta affermata e il suo nome tendeva a confondersi sempre si più con il nome del proprio prodotto  – “Rover” –  così, sul finire del secolo, la stessa ragione sociale divenne Rover Cycles Company. John Kemp Starley morì improvvisamente nell’ottobre del 1901 all’età di soli 45 anni lasciando, oltre alla famiglia, un’azienda nel pieno del successo che presto si dedicò anche alla costruzione delle motociclette e poi delle macchine. La produzione proseguì sino al 1967 quando confluì nella British Leyland. L’eredità che John Kemp lasciò nel mondo dei velocipedi fu quella di un costruttore innovativo e di grande qualità, tant’è che ancora oggi i suoi modelli sono tra i più ambiti dai collezionisti di tutto il mondo.

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They called him ‘El Tarangu’, an untranslatable term in Asturian dialect that roughly meant ‘the lad’, ‘the labourer’, but also ‘the unpredictable one’. Manuel José Fuente was just that: an indomitable and unpredictable climber who, in his short career, made the greatest riders tremble, including Eddy Merckx.

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La Cunningham CC Proto del 1979 è un concentrato d La Cunningham CC Proto del 1979 è un concentrato di avanguardia non solo per il settore delle mountain bike ma per la bicicletta in generale, come dimostrano accorgimenti ideati da Charlie Cunningham (in foto) decenni prima.

Ve l'abbiamo raccontata su BE75 grazie al contributo di Joe Breeze, una leggenda della mountain bike, e del @marinmuseumofbicycling. Grazie anche a Charlie Sedlock, per le foto che ci ha concesso, e al nostro Fausto Delmonte , profondo conoscitore del settore.

Una bicicletta importante che meriterebbe una copertina variant della nostra rivista, e forse la faremo!

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The 1979 Cunningham CC Proto is a cutting-edge model not only for the mountain bike sector but for bicycles in general, as demonstrated by the features designed by Charlie Cunningham (pictured) decades earlier.

We told you about it on BE75 thanks to the contribution of Joe Breeze, a mountain biking legend, and the @marinmuseumofbicycling. Thanks also to Charlie Sedlock for the photos he provided us with, and to our own Fausto Delmonte, an expert in the field.

This is an important bicycle that deserves a variant cover of our magazine, and perhaps we will do just that!

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