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Home News Bicicultura

come la bicicletta ha reinventato la ruota

La seconda parte del percorso iniziato nello scorso numero sulle prime innovazioni all'alba dell'era del velocipede ci porta a parlare soprattutto dell'evoluzione della ruota

di Alfredo Azzini
25 Giugno 2019
in Bicicultura
Tempo di lettura: 6 minuti
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Riprendiamo il discorso iniziato sullo scorso numero per completare la sorprendente storia  delle prime applicazioni meccaniche che hanno permesso al velocipede la sua rapidissima affermazione.

Gli anni che vanno dal 1865 al 1900 costituiscono il periodo d’oro dell’evoluzione, passando dal telaio forgiato e ruote in legno al telaio tubolare, regolare e ruote a raggi in ferro. Furono 35 anni vissuti di corsa con continue innovazioni e miglioramenti. Viene quasi da sorridere se pensiamo che in fondo è un lasso di tempo uguale a quello trascorso fino a oggi dalla presentazione del Macintosh Apple, il primo personal computer.

Come abbiamo già detto tutta la ricerca è sempre stata applicata per soddisfare l’esigenza di rendere più facile l’uso del velocipede, per aumentarne la fruibilità e portarlo verso un utilizzo sempre più generalizzato.

La ruota si trasforma

Le prime ruote, in particolare quelle sulle draisine ma anche quelle montante sui velocipedi degli Anni ’60 dell’800, avevano sia il mozzo che i raggi in legno. Sulla draisina le ruote presentano una sola fila di raggi con il cerchio esterno in ferro, praticamente identiche a quelle dei carri e dalle carrozze, anche se Karl von Drais, da agronomo qual era, consigliava l’utilizzo di  tipi diversi di legno per le loro caratteristiche fisiche: l’olmo e il castagno erano adatti ai mozzi mentre per i raggi erano ritenuti ottimi l’acacia, il frassino, il rovere. La caratteristica delle ruote delle michaudine è quella di avere i raggi collaboranti sul mozzo disposti in modo alternato su due file.

Già prima della fine del decennio le ruote in ferro stanno soppiantando le ruote in legno soprattutto in Inghilterra. Per diversi anni ci fu una coesistenza tra le ruote di legno e quelle di ferro dovuta ai detrattori delle ruote in ferro che le giudicano poco elastiche ma soprattutto non facilmente riparabili in caso di rottura. Poi, con il primo brevetto di Louis Gonel del 1867, riproposto specificatamente per i velocipedi nel 1869, nasceranno i raggi ricavati dal filo di ferro filettato ed imbullonato ad un mozzo e ad un cerchio. Si avrà  così la ruota che lavora in tensione e che, come abbiamo già raccontato su questa rivista, sarà una vera rivoluzione per le sue incredibili doti di leggerezza e robustezza.

Alla fine degli Anni ‘60 la ruota muta anche il materiale di rivestimento della sua circonferenza, dal momento che il piattino di ferro viene sostituito con il piattino di gomma vulcanizzata brevettata da Charles Goodyear nel 1844. Dalla metà degli Anni ‘70 verrà applicato il tubolare in gomma vulcanizzata alloggiato in un cerchio di ferro concavo.

Nel 1874 James Starley, il geniale costruttore di Coventry, depositerà il proprio brevetto dei raggi tangenti (patent n. 3959) che monterà sul suo modello Ariel. La ruota smetterà presto di essere a raggi radiali acquisendo ulteriore rigidità in quanto meglio sopporta le forze di spinta.

La ruota diventa libera

La pedivella solidale al mozzo comportava alcune rilevanti scomodità. Innanzitutto, l’obbligo della pedalata continua senza la possibilità di fermare le gambe per sfruttare la forza inerziale del mezzo.  In caso di discesa, poi, si doveva staccare i piedi dalle pedivelle portando le gambe in avanti per appoggiarle al così detto “répos pied”, il supporto a “T” posto sopra la ruota anteriore. Soprattutto questa seconda difficoltà provocava rovinose cadute a causa della posizione assolutamente innaturale per la guida del velocipede.

I primi a teorizzare la possibilità di sganciare il movimento della pedivella da quello del mozzo furono gli inventori parigini Combes et Cecker (brev. 82711 del 30 sett. 1868) senza però dare espresse soluzioni tecniche. Si deve a François Nicolet (brev. 85439 del 15 maggio 1869) la realizzazione del meccanismo della ruota a cricco con dente di arresto liberando così i pedali dal movimento del mozzo. Suriray, titolare dell’omonima azienda produttrice di velocipedi di Parigi, otterrà anch’egli il brevetto per il mozzo a ruota libera il 2 agosto 1869 (brev. 86680) con un meccanismo del tutto identico a quello di Nicolet ma con l’unione di un’altra innovazione, come vedremo più avanti.

Sta di fatto che la stampa specializzata dell’epoca salutava con entusiasmo questa invenzione, tant’è che la rivista La Navette scriverà sul numero del 15 agosto: “Così se il velocipede è fortemente lanciato oppure se percorre un piano inclinato, con la conseguenza che non ci sia bisogno di utilizzare i pedali, i piedi restano immobili sui pedali e la ruota motrice gira follemente sul suo asse”.

Il rotolamento a sfere

Già da tempo era conosciuto il principio che il rotolamento a sfere fosse molto efficace per superare l’attrito ma non vi erano ancora state delle applicazioni meccaniche. Sarà un certo Fournier di Metz a ottenere, nell’ottobre del 1867, il brevetto n. 77887 per un sistema di cuscinetti destinato a sostituire le boccole per gli alberi di trasmissione. Il brevetto reca però delle descrizioni troppo generiche e non fa riferimento all’impiego specifico sui velocipedi. Fournier sarà comunque presente alla esposizione di Carcasonne del luglio del 1870 con un velocipede con movimenti a cuscinetti.

La definizione generica utilizzata da Fournier nella sua richiesta di brevetto, permetterà a Suriray, che sappiamo essere anche lui tra gli espositori a Carcasonne, di brevettare il movimento a sfere con il brevetto 86680, lo stesso della ruota libera, che guarda caso porta la data del 3 agosto. In effetti Suriray presenta il brevetto di un mozzo innovativo che, oltre ad avere il movimento a ruota libera con il sistema della ruota dentata e del cricco, ha le sfere annegate in due semi-scanalature, ricavate nelle due parti collaboranti, che servono a contenere le sfere.

Quasi immediatamente dopo l’applicazione delle sfere al mozzo anteriore Suriray provvederà ad utilizzarle anche per rendere più agevole lo sterzo formando le scanalature nel manicotto.

I primi ingrassatori

L’esigenza di lubrificare le parti in movimento al fine di ridurre l’attrito ma anche l’usura delle parti in sfregamento è sempre stata di primaria importanza. Già sui primi velocipedi tipo Michaux compaiono dei tentativi di far circolare l’olio sulla parte centrale del movimento, ovvero il mozzo della ruota anteriore. Sulle forcelle dei telai dritti gli ingrassatori erano nascosti, per ragioni di estetica, all’interno della forcella, ed erano costituiti da un serbatoio munito di piccolo rubinetto da aprirsi all’occorrenza per regolare la caduta del lubrificante. Sui telai curvi l’oliatore era invece ben in vista sulla parte anteriore della forcella, ciò permetteva di avvicinarsi di più al mozzo con evidente miglioramento della precisione della lubrificazione ma sempre con funzionamento manuale.

L’esigenza principale era dunque quella di eliminare l’intervento manuale per provvedere alla lubrificazione: tre furono essenzialmente le strade percorse per ottenere l’ingrassaggio automatico. Favre, Guigue e i fratelli Perrousset (brev. 81583 del 24 giugno 1868), progettisti di Lione, concepirono degli ingrassatori incorporati nel mozzo, con un sughero galleggiante mosso dalla forza centrifuga del mozzo. L’altro sistema di un certo Poncet (brev. 85953 del 6 luglio 1869) consiste in un serbatoio applicato al centro del mozzo ma non si comprende come fosse regolata la fuoriuscita del lubrificante

Il sistema che più si avvicina agli oliatori che siamo abituati a vedere sulle nostre  biciclette d’epoca è quello derivante dal brevetto 85764 del 16 gennaio 1869 di Beaulavon, costruttore parigino, che concepì un mozzo con un asse centrale cavo riempito di olio il quale fuoriusciva da alcuni fori praticati nelle vicinanze del punto di attrito per effetto della forza centrifuga quando il velocipede era in movimento.

Il differenziale

A questo punto dobbiamo sforare di due anni da quel decennio 1865 – 1875, che ci eravamo prefissati di analizzare, però l’informazione è troppo ghiotta per tacerla. Uno dei meccanismi che hanno permesso l’evoluzione dell’auto è senza dubbio il differenziale, il quale permette alle ruote, vincolate dai semiassi della trasmissione, di differenziare la velocità di rotazione tra la ruote interna, più lenta, e quella esterna alla curva, che gira più veloce. Ebbene, il differenziale nasce proprio sui velocipedi o meglio sui tricicli. È un’altra geniale invenzione di James Starley, che nel 1877 lo applicherà al triciclo che viene battezzato “Salvo”, forse per sottolineare che nonostante quelle grandi ruote non c’è da temere nessuna caduta, l’evento certamente – ora come allora – più drammatico per il velocipedista.

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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

Non perdetelo!
SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA We are del SPECIAL ISSUE 75 – MOUNTAIN BIKE EXTRA

We are delighted to announce the release of our first-ever special issue featuring a ‘Variant’ cover.

This is a special edition of Vintage Bicycles 75 – the same issue you’ll find on newsstands or on Amazon featuring the Colnago Oval CX – but in this case, the cover showcases the 1979 Cunningham CC Proto. 

It is a tribute we wanted to pay to this hugely significant bicycle and to the article produced in collaboration with the Marin Museum and MTB legend Joe Breeze.

But that’s not all: to make this issue even more special, we’ve added a full 16 extra pages dedicated to iconic MTBs of the past: the 1985 Ritchey Team Comp, the 1990 Rauler, the Breezer Lightning and the 1996 AMP B4, masterfully described by our very own Fausto Delmonte.

A collector’s edition that we hope will appeal to the many enthusiasts of the ever-fascinating world of vintage MTBs!

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BIANCHI D1 PISTA 1902 Una bicicletta "misteriosa" BIANCHI D1 PISTA 1902

Una bicicletta "misteriosa" che apre il dibattito sull'evoluzione e le scelte tecnologiche della Bianchi a inizio del Novecento. Ne parliamo su BE75 dalla collezione di @fogagnolomarcello .

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BIANCHI D1 TRACK 1902

A ‘mysterious’ bicycle that opens the debate on Bianchi's evolution and technological choices at the beginning of the 20th century. We discuss it on BE75 from Marcello Fogagnolo's collection.

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Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'U Il nostro "Ritratto" di questo numero è Simone D'Urbino, enfant prodige del telaismo e titolare del marchio Masi. 

L'abbiamo intervistato in una lunga, schietta e interessante chiacchierata nell'officina sotto le curve del Vigorelli, in cui è di recente rientrato, laddove il grande Faliero ha gettato le basi del mito.

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Our ‘Portrait’ in this issue is Simone D'Urbino, enfant prodige of frame building and owner of the Masi brand. 

We interviewed him in a long, candid and interesting chat in the workshop under the curves of the Vigorelli, where he recently returned, where the great Faliero laid the foundations of the legend.

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Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della D Celebriamo oggi la Giornata Internazionale della Donna, ricorrenza che sostiene l'importanza della parità, della tutela e dei diritti in ogni ambito.

Pioniere di tutto questo sono state le donne in bicicletta, vere anticonformiste pronte a sfidare le convenzioni sociali per affermare il proprio diritto a pedalare.

Qui una copertina di "Figarò Illustré" del settembre 1893, rivoluzionaria per l'epoca e per lo scandalo che davano le donne in bicicletta con i pantaloni (detti "bloomer").
Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e Vincenzo Torriani è stato per 40 anni l'immagine e il patron del Giro d'Italia. Una figura gigantesca che ha guidato la corsa rosa attraverso le strade di tutto il Paese.

Da ricordare quella volta che si candidò alle elezioni ma la gente votò Bartali! (in foto)

Ce ne parla Marco Pasquini su BE75 in edicola adesso.

Buona domenica!

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Eroica News 2

AVI 4

NUVI 5

RSC 6

VCC 7

Épopée Sutter 8

Giro d'Italia d'Epoca 9

Ciclostoriche di Lombardia 10

Giro delle Regioni 11

Events calendar 12

PORTRAITS

Simone D'Urbino 14

ROUTES

La Vignastorica 18

Cover Story: COLNAGO OVAL CX 1982 22

BICYCLES

Maino Tipo E Balloon 1930 28

Bianchi D1 Pista 1902 32

King Corsa 1920s 36

Bianchi Super Extra 1946 40

Chesini Precision 1982 44

La Française Diamant 1901 48

Cunningham CC Proto 1979 54

Vedovati Fiorelli Germanvox 1969 60

PEOPLE

Runaway Words: Llega el Maravilla 64

José Manuel Fuente 66

Pietro Chesi 73

Vincenzo Torriani 74

The Monument Classics 78

Isidoro Bergaglio 81

VELOCULTURE

Ido Erani 82

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Velodrom Favorit Brno 1889 86

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Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre Cari amici, a grande richiesta torna sulle nostre pagine il Calendario delle Ciclostoriche 2026, in collaborazione con @eventbike.

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JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU" Lo chiamavano " JOSE' MANUEL FUENTE, "EL TARANGU"

Lo chiamavano "El Tarangu", un intraducibile termine in dialetto asturiano che significava grosso modo "il garzone", "l'uomo di fatica", ma anche "l'imprevedibile". Manuel José Fuente era così: uno scalatore indomito e illeggibile che, nella sua breve carriera, ha fatto tremare i più grandi, compreso Eddy Merckx.

Ce lo racconta Alessio Stefano Berti su BE75 adesso in edicola.

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