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Home News Le Biciclette

Ciclo Gabriele

Artigianalità, eccellenza e valori ai tempi dell'Italia che fu

di Gabrio Spapperi
7 Ottobre 2019
in Le Biciclette
Tempo di lettura: 7 minuti
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Gabriele Spapperi nasce a Nizza (Costa Azzurra- Francia) il 04 Luglio 1894 da emigrati italiani provenienti da Lerchi (Città di Castello).

Il padre Ernesto, piccolo imprenditore edile, alterna periodi di lavoro in Francia con rientri anche per periodi prolungati in Italia durante i quali si dedica alla costruzione della casa di famiglia

È così che Gabriele frequenta le elementari a Nizza e le scuole “tecniche” (odierne scuole medie) a Città di Castello. Finite queste, rientra per un lungo periodo in Francia durante il quale inizia a lavorare nel 1909, prima come apprendista presso Max Ange Berthoux, poi dal 1912 al 1915 come meccanico aggiustatore di automobili presso l’impresa “Atelier de Constructions en Fer Guerre e Quet”. A questo punto, però, inizia la Prima Guerra Mondiale e Gabriele è in età per essere richiamato alle armi. Avendo doppio passaporto deve scegliere per quale paese combattere, l’Italia o la Francia. E qui è protagonista di un gustoso episodio che racconterà spesso negli anni successivi sorridendone compiaciuto: al sindaco di Nizza che gli chiede per l’appunto quale sarà la sua scelta, senza esitazione e con orgoglio risponde «naturalmente l’Italia», al che il sindaco commenta irato con espressione tipicamente francese: «Merde!»

Arruolato nei bersaglieri, Gabriele ha però capacità tecniche troppo preziose per finire a languire in trincea, così viene destinato a lavorare a Brescia nelle Officine Tempini per costruire congegni di precisione per le armi. Alla fine della guerra, Gabriele è pronto per riprendere a lavorare a Nizza ma, a causa della sopraggiunta morte del padre e il rientro della madre a Lerchi, decide di ritornare in Italia e colà stabilirsi. Nella casa paterna, nel frattempo terminata, inizia l’attività di riparatore meccanico ma ben presto, forte della sua ormai robusta esperienza lavorativa, delle sue acquisite capacità sulla meccanica di precisione e della conoscenza delle tecniche più innovative derivategli dal mantenuto rapporto con la Francia (allora molto più avanti di noi nel campo specifico), inizia a lavorare nel settore che lo vedrà raggiungere i massimi livelli: la costruzione di biciclette.

L’officina e la produzione

Siamo all’inizio degli Anni ’20 e Spapperi inizia prima da solo, poi con pochi operai che via via aumentano di numero fino a raggiungere nei tempi più fausti della produzione, undici unità. Nel frattempo, tutta la strumentazione e i macchinari necessari per la produzione vengono ogni anno incrementati e migliorati con l’adozione delle tecniche più progredite e innovative. Fiore all’occhiello della strumentazione è il forno per la verniciatura, dove i telai verniciati in nero vengono portati alla temperatura di 180° mentre quelli colorati in varie tinte (più che altro il celeste tipo Bianchi prima e il giallo e il blu, poi) vengono trattati a 120°.

Il colore al telaio non veniva a quei tempi dato a spruzzo, bensì a mano, dando una prima stesura di antiruggine e successivamente altre quattro mani di tinta con finissima carteggiatura di ognuna prima di stendere l’altra. La verniciatura veniva fatta dallo stesso Gabriele, che provvedeva, essendo un bravo disegnatore e pittore, anche al dettaglio più difficile da eseguire: i “filetti”.

I telai venivano saldati con filo di ottone una volta fatti diventare incandescenti su una forgia, tramite l’uso di saldatori a benzina, assemblando tubi uniti fra loro da connessioni (pipe) secondo un progetto che nelle bici da corsa veniva ottimizzato ogni volta sulle misure del committente. «Una bicicletta è come una scarpa: se non è della misura giusta non si cammina bene», soleva dire Gabriele. Il materiale usato era dei migliori: tubi Doniselli di Milano e, per le bici da corsa, acciai speciali ultraleggeri Columbus e Reynolds, il meglio che era presente nel mercato. In particolare la composizione e la saldatura del telaio oltre che dallo stesso Gabriele che sovrintendeva a tutti i passaggi della produzione, era affidata ad altri tre valenti operai che poi ripulivano accuratamente le sbavature delle saldature fino a farle diventare quasi invisibili. Le mansioni di montaggio degli accessori e le riparazioni, invece, erano affidate ad altri cinque lavoranti. In pratica, ogni pezzo che usciva dall’officina Cicli Gabriele era quasi un pezzo unico, accuratamente costruito e direi quasi cesellato a mano con ogni attenzione e cura quasi da definirsi maniacale.

I componenti inoltre erano quelli più ricercati e costosi dell’epoca e al titolare più che il guadagno che ne avrebbe ricavato interessava la soddisfazione che i suoi prodotti venissero apprezzati e desiderati, anche a costo di ridurre i ricavi. Per questo le bici Gabriele, marcate con una decalcomania che raffigurava un’aquila che sormonta una ruota di bicicletta, erano conosciutissime in tutta la zona ed erano considerate delle Ferrari ante litteram, visto sarebbe stata fondata solo nel ’49. Ancora oggi ci sono dei collezionisti che le vanno appassionatamente a ricercare. Curiosamente, a causa del nome delle proprie bici, Gabriele Spapperi non era assolutamente conosciuto per il suo cognome, che qualche volta veniva addirittura ritenuto essere appunto Gabriele o Gabrielli. Tutti quelli che hanno conosciuto Gabriele sanno che era un personaggio particolare, un uomo onesto e idealista fino all’autolesionismo, appassionato del mondo delle bici e tutto di un pezzo come lo erano quei galantuomini del XIX e XX secolo di cui ormai si è quasi estinta la matrice. Per tutti gli Anni ’20 la produzione di bici andò a gonfie vele, parallelamente alla attività sportiva, ma verso la metà degli Anni ’30 la vendita delle bici iniziò a calare per il fatto che alcune grandi fabbriche di bici avevano iniziato una produzione che si potrebbe dire oggi già industriale (anche se meno raffinata) con conseguente riduzione dei costi e quindi anche con prezzi più appetibili per l’acquirente. Inoltre già allora i grossi produttori avevano scoperto le “furbate” cui oggi sono adusi i supermercati: nelle zone dove esistevano produzioni artigianali di élite lavoravano in “dumping”, abbassando i prezzi di vendita fino a quasi non ricavare niente ma mettevano in quel modo in difficoltà i piccoli produttori che erano costretti a chiudere o quantomeno a ridimensionare drasticamente l’attività. Gabriele Spapperi fu uno di questi: obbligato a diminuire la produzione di bici e il numero di operai, subì però un vero e proprio tracollo quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, nonostante l’età, per far fede ai propri princìpi si offrì volontariamente per andare a combattere, prestando servizio per 4 anni nella contraerea prima a Terni poi a Chiusi e quindi a Città di Castello. L’officina nel frattempo venne mandata avanti in qualche maniera con soli tre operai, affidata al figlio Ivo che al tempo stesso frequentava gli studi al Liceo e poi alla facoltà di Medicina. Nel secondo dopoguerra, prima per le difficoltà economiche e logistiche che come abbiamo detto sopra colpivano di più le piccole imprese artigianali, poi per l’avvento dei primi veicoli a motore a due ruote che soppiantarono pian piano le biciclette, l’officina subì un lento ma inesorabile declino e dopo alcuni anni di attività dedicati alla sola riparazione chiuse definitivamente.

L’attività sportiva

Negli anni migliori della propria attività costruttiva (Anni ’20 e ’30), Gabriele Spapperi – da vero appassionato qual era – affiancò alla produzione di biciclette una fervente attività nel campo sportivo, allestendo una squadra corse che in campo regionale raggiunse presto i massimi livelli grazie all’ingaggio di alcuni fra i migliori elementi del circondario. Alcuni di questi erano anche operai della officina e dunque condividevano il loro lavoro con la passione sportiva. Molte furono le vittorie riportate da questi atleti, al punto che Gabriele arrivò a costruire una bici chiamata “Bici delle cento vittorie”, proprio per il grande numero di successi che la sua squadra aveva ottenuto. In particolare si distinsero Gino Brunori, campione umbro di cross-country nel 1930, Gino Bambagiotti plurivincitore in gare locali e nazionali, emigrato poi in Australia e in questo paese divenuto in seguito addirittura tecnico della nazionale di ciclismo su pista, Arturo Medici velocista e vincitore di molte gare in volata, Roberto Palazzoli , secondo in un Giro del Casentino, ma soprattutto Paolo Baldieri di Sigillo, che con la bici Gabriele disputò tre Giri d’Italia classificandosi 34° nel 1925 – miglior risultato di un umbro dell’anteguerra – e 80° nel 1927 (nel 1926 si ritirò per una grave caduta)

Gabriele e Bartali

Di Gabriele si ricorda anche la sua conoscenza con il campione Gino Bartali che, sfollato durante la guerra nella frazione di Nuvole vicinissima a Lerchi, ebbe in dono dal costruttore umbro dei pezzi di ricambio per quella famosa bici entrata nella storia, dentro i cui tubi il generoso Gino portava da Firenze ad Assisi dei documenti falsi per dare una nuova identità più sicura e tranquilla a degli ebrei tenuti nascosti nel convento di Assisi.


A cura di: Gabrio Spapperi



cicli gabriele ’35

La storia di questa bici inizia un pomeriggio in cui un amico, che fa parte del Registro Storico Cicli, mi fa presente che in un famoso sito commerciale è comparsa una bicicletta da corsa “Cicli Gabriele” (costruita da Gabriele Spapperi, mio nonno) e mi invita a contattare al più presto il venditore. Cosa che faccio subito perché dalle foto, anche se apparentemente in non buone condizioni e mancante di guarnitura, pedali freni e ruote, appare con vernice originale e con componenti di prestigio. Il prezzo è equo per quanto riguarda il valore commerciale della bici ma bassissimo per me per l’alto valore morale ed emozionale. Posseggo già tre bici da corsa “Cicli Gabriele” ma nessuna in condizioni originali di verniciatura come questa.

Con un paziente lavoro con petrolio e solventi organici molto diluiti, riesco a togliere una patina di sporco accumulata nel tempo e miracolosamente viene fuori la vernice originale con le sue belle decalcomanie ben conservate. Il primordiale colore blu notte è diventato per ossidazione ormai quasi nero in tutte le parti ma questo è solo l’effetto del tempo perché sono passati la bellezza di quasi 85 anni (la bici è del 1935). Le cromature, limitate alla testa e ai terminali della forcella, alle leve dei freni, alle parti del cambio Vittoria Margherita di II tipo e al supporto della sella, sono ancora in buono stato e vengono ripulite dallo scarso ossido con un passaggio di paglietta finissima bagnata con petrolio. Il bel manubrio F.A.T. in alluminio viene quasi riportato a nuovo con un’accurata e intensa lucidatura. Vengono aggiunti, perché mancanti, un paio di freni Record Brev. Bowden a “balconcino” con fissaggio a fascetta, una guarnitura a “stella” dell’epoca, la rotellina del cambio (ritrovati nell’officina del nonno) più due cerchi in legno Ghisallo da 28″ gommati con tubolari da 28 millimetri. Come tocco finale la bici viene impreziosita con uno stabilizzatore della sella in ottone e due borracce in alluminio invecchiate.


Scheda tecnica

Marca: Ciclo Gabriele

Modello: Corsa

Anno: 1935

Telaio: Ciclo Gabriele in acciaio

Cambio: Vittoria Margherita II tipo

Cerchi: Ghisallo da 28″

Manubrio: F.A.T. in alluminio

Freni: Record Bowden a fascetta



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Tag: BE39ciclo gabrielecorsa
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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nu Cari amici, siamo molto felici di annunciare il nuovo numero di Biciclette d'Epoca, BE76, disponibile in questi giorni nelle edicole e sul sito Sprea.it.

Un numero con tantissimi contenuti interessanti, a partire dalla copertina dedicata ai 150 anni della storica gara Milano-Torino, qui rappresentata da un'incisione di Luigi Airaldi, vincitore della seconda edizione. Ce ne parla Alfredo Azzini.

Apre poi la sezione delle biciclette la Bianchi Squadra Corse Leggerissimo del 1949 di Coppi, dalla collezione di Carsten Rademacher, tra quelle a disposizione del Campionissimo alla Parigi-Roubaix vinta l’anno successivo. A raccontarcela tre penne importanti: Paolo Amadori, Michele Asciutti e Carlo Delfino.

Abbiamo poi una Ariel Lightweight del 1912 di Ariel Atzori, una Cimatti Corsa del 1951 di Alvaro Abbili, una Estermann Olympia del 1980 del Velomuseum di Rehetobel, un tandem Labor del 1906 di Mario Cionfoli, una Prina Imperiale R Lusso del '47 di Alberto Castelli, una Biazzi Corsa Air del 1986 di Francesco Misantoni, una Progear 2WD del 1995 di Paolo Carosini, una Moser Oro Aero del 1985 di Pasquale Cuttunaro vista al CdE dell'Eroica e un tutorial per ripristinare le selle curato da Maurizio Botta.

Passando ai campioni, Giovanni Battistuzzi ci riporta alle origini del doping parlando di Monsieur Aide, Marco Pasquini tratteggia la parabola di Franco Chioccioli mentre Carlo Delfino ci racconta dei gregari Canavesi e Rimoldi. Infine, sempre Pasquini ricostruisce la storia del 51 al Tour.

Per quanto riguarda la Bicicultura, spazio alla leggenda francese della "Piccola Regina", raccontata da l'Epopée Sutter, mentre Fausto Delmonte ricostruisce l'evoluzione delle tappe dalla ruota libera al cambio.

Infine, tutta la parte relativa agli eventi e alle ciclostoriche, con le ultime news da Eroica, l'arrivo sulle nostre pagine con grandissimo piacere di Giancarlo Brocci, i 20 anni del Ghisallo e una bellissima mostra a villa Manin.

Chiudiamo con lo speciale dedicato ai 10 anni di Eroica Montalcino che troverete con una copertina dedicata sul lato opposto della rivista, con 8 pagine extra che ripercorrono la storia e i valori dell'Eroica di primavera.

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