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Selle Aquila

L'evoluzione dei modelli di un grande marchio italiano

di Filippo Marazia
10 Febbraio 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 10 minuti
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Ormai tutti gli appassionati di biciclette d’epoca, quando si parla di selle, conoscono il marchio Aquila (o Aqvila), che potete vedere in questa pagina in una pubblicità del 1925 [foto 1].

Esso è sinonimo di qualità e prestigio in quanto viene utilizzato dalla maggior parte dei grandi produttori dell’epoca. Risalendo agli albori del marchio, il documento più antico a nostra conoscenza risale al dicembre del 1925, quando la rinomata società Barzanò & Zanardo – proprietaria di numerosi marchi nei più disparati campi dell’industria – deposita alla prefettura di Milano il marchio “Continentale” e il marchio “Regina”. Il nome della società in quegli anni era “Compagnie Continentale Des Fabricants De Sellerie Velocipedique Reunis Soc. An. Italiana”, società a conduzione familiare fondata nel 1924 dal Gr. Uff. Cav. Giovanni Guidetti. Palese è la discendenza francese del nome e della primissima produzione, come vedremo in seguito. Uno dei cataloghi della produzione di selle per cicli e motocicli più antichi giunti ai giorni nostri, pur non riportando da nessuna parte l’anno di stampa, è risalente alla seconda metà degli Anni ’20 [foto 2]. Inizialmente, il logo è diverso dal più comune “AQVILA”. Sulla targhetta posteriore, notiamo un intreccio della lettera “Q” con la lettera “A” e “U” [foto 3]. Sulle guance è riportato lo stesso logo accompagnato dal numero identificativo del modello [foto 4].

Abbiamo accennato all’origine francese della prima produzione. Sfogliando il catalogo sopracitato notiamo che sono presenti selle dei noti marchi Inextensible e Meilleure di produzione Henri Gauthier [foto 5]. Non ci sono documenti che attestino la collaborazione con la nuova Compagnia S.C.E.A.R. e l’ormai veterano marchio francese e per questo abbiamo motivo di pensare che per incentivare il cliente ad acquistare selle con un marchio ancora sconosciuto, quale poteva essere Aquila o Regina, la Compagnia aveva pensato di commercializzare in Italia anche qualcosa di più conosciuto.

Sicuramente più famosa e comune è la produzione degli Anni ’30, in cui ritroviamo quello che è il logo con la “V” al posto della “U”. In base ai ritrovamenti su bici più antiche, pensiamo che le più vecchie fossero prive di targhetta posteriore. Non abbiamo un riscontro certo di questo, ma anche su selle ritrovate su biciclette di marchi blasonati (Bianchi, Ganna, ecc.), la targhetta era assente. Sempre presente invece l’incisione sulle guance riportante il nome del produttore [foto 6].

I PRIMI ESEMPLARI

Volendo indicare un arco di tempo circoscritto, riteniamo che questa versione di sella, senza targhetta, possa essere stata utilizzata dalla fine degli Anni ’20 fino al 1932/33. Stesso discorso vale anche per le selle impiegate su biciclette da corsa. Ovviamente qui i ritrovamenti su bici conservate sono più rari, ma è lecito pensare che la linea produttiva della Compagnia sia rimasta invariata per lo stesso periodo delle selle da turismo.

Andando a focalizzare la nostra attenzione sul periodo subito successivo, le selle erano sempre equipaggiate con la rinomata targhetta “AQVILA”. Per i modelli da turismo essa era in lamierino di color ottone, per le selle da corsa invece in alluminio. Le guance, come negli anni precedenti, erano incise con il logo Aqvila accompagnato dall’identificativo del modello oppure dal logo del costruttore di biciclette (Bianchi, Ganna, ecc.).

Punto in comune di tutte le selle prodotte dalla Compagnia S.C.E.A.R. è il telaio: troviamo sempre l’incisione “ACCIAIO EXTRA” sulla lunetta che sorregge il cuoio. Notiamo tale incisione sia su numerose selle giunte fino a oggi in maniera eccellente che su un catalogo nella sezione pezzi di ricambio per selle [foto 7]. Sulle selle da turismo il telaio è denominato in gergo “a riccioli”, per via della forma attorcigliata delle molle. Nei modelli Aquila N.6 i riccioli sono otto, nei modelli N.3 (uomo) e N.9 (donna), invece, sono solo quattro. Si suppone – ma non vi è alcuna prova – che i modelli a otto riccioli fossero montati su biciclette di grande prestigio, in quanto offrivano un comfort maggiore [foto 8]. Ancora un punto in comune in tutte le selle di questo periodo è la tipologia di rivetti utilizzati: sono in materiale ramato, con testa del diametro di circa 8 mm e parte inferiore aperta “a rosa” [foto 9]. La scelta di utilizzare questo tipo di rivetto non si è rivelata del tutto felice, in quanto molti – specialmente quelli centrali – tendevano ad aprirsi. Altro punto in comune di tutta la produzione è la forma delle fessure presenti sul cuoio: per le selle da turismo sono due di forma “a goccia”, per le selle da corsa invece sono tre di forma circolare.

Un altro segno distintivo che caratterizzava le selle Aquila era il collarino reggisella: tutti i modelli riportavano l’incisione “Continentale”. I collarini dei modelli da turismo avevano le slitte laterali a doppio binario, per alloggiarsi perfettamente tra le due sezioni del telaio. Chiudevano il tutto due piastre di forma ovale, mantenute da un perno a sezione quadra lungo 7 cm [foto 10]. I collarini dei modelli da corsa invece erano dotati di due mezze lune che, strette dal perno a sezione quadra, si agganciavano all’unico binario del telaio [foto 11]. Una produzione che potrebbe essere inquadrata, volendo essere più precisi, negli anni dal ’33 al ’37. Completiamo l’analisi delle caratteristiche comuni a tutte le selle della Compagnia, analizzando la parte terminale. Essa è costituita da un puntale in acciaio su cui, tramite i tre fori, si aggancia la punta dello scafo in cuoio. È presente un altro foro, asolato, su cui va a inserirsi il perno di tensione, che con apposito dado va a tensionare il cuoio.

Subito successiva a questa versione, anche se si tratta di supposizioni più che di certezze, collochiamo quelle selle che erano dotate di targhetta riportante il nome del produttore di biciclette, accompagnata da incisione del logo Aquila sulle guance. Per questa variante esiste un’altra scuola di pensiero, anch’essa senza oggettive conferme: si trattava di una sella utilizzata su macchine definite “da viaggio” o più semplicemente economiche. Rimangono invariati invece tutti gli altri dettagli analizzati precedentemente. Collochiamo questa variante di selle nel breve periodo 1938/39.

Parlando di selle maschili, punto in comune in tutte è la misura: abbiamo infatti 27 cm in lunghezza e 23 cm in larghezza. Per quanto riguarda le femminili, oltre che per la loro dimensione ridotta rispetto alle maschili, ci sono dettagli salienti che ce le fanno riconoscere: riusciamo a vedere come sulla seduta ci siano una serie di eleganti intagli [foto 12] e la punta ricurva a prolungamento del cuoio.

LE “TIPO TERRY”

Il 1939 rappresenta un anno di grande cambiamento per la Compagnia, che introduce sul mercato italiano le selle da turismo denominate “tipo Terry” o più comunemente “a muso di cane”. Per un brevissimo periodo esse coesistono con le selle in cuoio con telaio a riccioli, ma ben presto verranno totalmente soppiantate. Sicuramente le più rinomate e ambite dai collezionisti sono le Aquila Superflex, comode selle con telaio in acciaio e molle longitudinali, dall’imbottitura in crine di cavallo e rivestimento in pelle.

La prima “serie” delle Superflex presentava un telaio a due sezioni parallele, incernierato nella parte anteriore con due ribattini in acciaio e nella parte superiore da due grandi molle cromate. La parte inferiore del telaio è costituita da un pezzo di acciaio nero ripiegato con incisione “Produzione «Selle Aquila»”. Stessa forma per la versione Superflex 513 DL, ma in alluminio, probabilmente utilizzata su biciclette di grande prestigio. Il pellame invece è ripiegato e bloccato sul telaio tramite due rivetti, e relative linguette, per lato. La copertura è composta da due metà cucite insieme longitudinalmente e da una fettuccia posteriore, anch’essa cucita, che ospita la targhetta in lamierino e altri due rivetti più piccoli, ripiegati contro il telaio [foto 13]. La targhetta in lamierino riporta l’incisione “AQVILA SUPERFLEX”, alle volte accompagnando il nome del produttore di biciclette. In foto un esempio esplicativo [foto 14].

Durante il periodo di autarchia voluto dal regime fascista, anche la Compagnia si è adattata alle imposizioni. Notiamo infatti in molti ritrovamenti come il rivestimento non sia sempre in pelle. Un nuovo materiale di produzione completamente italiana viene usato per le Superflex: si tratta della “pegamoide”, un composto che imita il cuoio ed è costituito da un supporto di tela su cui è applicata una miscela di diverse sostanze, fra cui nitrocellulosa e olio di ricino. A completare la dotazione di ogni Superflex ci sono le due fibbiette porta borsellino, situate subito sopra le due grandi molle cromate [foto 15].

Per quanto riguarda le misure, abbiamo 27 cm in lunghezza e 23 cm in larghezza per la maschile, 24 cm in lunghezza e 23 cm in larghezza per la femminile. Un altro modello molto diffuso – forse il più diffuso ad oggi – è il Superflex 533, molto simile al Superflex analizzato in precedenza, da cui si differenzia sostanzialmente per la forma del telaio inferiore. Esso è infatti caratterizzato da una staffa sempre incisa “Produzione Selle Aqvila” imbullonata al resto del telaio [foto 16]. Altra differenza importante è la misura in lunghezza: abbiamo in questa variante 26 cm in lunghezza (1 cm in meno rispetto al modello 513). Per questo modello cambia la dicitura sulla targhetta. Recita infatti solo “SUPERFLEX”. In foto proponiamo una sella con targhetta “Bianchi”, ben diversa dalla precedente “Bianchi – Aquila Superflex”. Abbiamo motivo di pensare che questo modello fosse leggermente più economico del 513, infatti è stato ritrovato su numerosi modelli di biciclette “viaggio”.

Il collarino reggisella, in questi modelli, cambia forma: troviamo ancora la dicitura “CONTINENTALE” per tutto il 1939, dopodiché viene sostituita dalla incasellata “AQVILA” [foto 17]. Il materiale è sempre acciaio cromato. Differentemente dai collarini utilizzati sulle selle a riccioli, questo modello è costituito da due staffe con estremità tonda e altre due un po’ più grandi con slitta “piatta”. Il tutto è tenuto fermo da un perno a sezione quadra, uguale alle versioni precedenti.

Analizziamo ancora un altro modello caratteristico presente nel catalogo del 1939. Si tratta della rara sella “Aquila Superflex Sport 512”. Veniva utilizzata sulle biciclette sportive di pregio, molto diffuse negli Anni ’40. Si tratta di un ibrido tra una sella Superflex da turismo e una sella da corsa. Il telaio ha le due slitte caratteristiche di una sella da corsa, in aggiunta ci sono quattro molle longitudinali [foto 18]. Il rivestimento è in pelle e crine, come per una Superflex. Il collarino stringisella invece è tipicamente da corsa, come visto in precedenza, composto da due mezze lune che si stringono al telaio tramite un bullone a sezione quadra.

Un’importante versione di sella in cuoio compare nel catalogo del 1939: Aquila Piuma P2. Non sappiamo se il 1939 sia l’unico anno in cui è stata prodotta, ma al momento è l’unico documento in nostro possesso. Si tratta di un modello molto particolare, destinato a biciclette sportive di grande pregio, leggere e all’avanguardia. Il telaio è privo dei caratteristici riccioli (mostrati in precedenza), sostituiti da quattro semplici slitte piegate a “L”. La targhetta posteriore è in alluminio, mentre il collarino è di tipo alleggerito, dove al posto della incisione “Aquila” o “Continentale”, troviamo una fessura. Lo scafo in cuoio riporta la classica incisione “AQVILA” accompagnata dalla più piccola “PIVMA” [foto 19]. Tutto questo ricercato lavoro di alleggerimento fa sì che la sella pesi solo 600 g., ben 250 g. in meno rispetto alla più comune Aquila 3. La produzione di queste varianti continua fino al 1943. Non abbiamo testimonianze di fermo di produzione durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, anche se per ovvie ragioni riteniamo che gli stabilimenti fossero chiusi. L’unico indizio che ci lascia supporre ciò è il fatto che la rinomata E. Bianchi, nelle sue biciclette del 1946, alla riapertura degli stabilimenti produttivi, adottasse selle a marchio “Lario”. Sicuramente più economiche e probabilmente le uniche in circolazione in quel momento.

IL DOPOGUERRA

Riprendiamo l’analisi dei modelli di selle in produzione nel dopoguerra esaminando le caratteristiche delle “muso di cane”. Il primo dettaglio che risalta è la targhetta posteriore. Per i modelli da turismo scompare la dicitura “Superflex”, che fa posto alla sola “AQVILA”. Lo sfondo è nero per i modelli di tipo viaggio, rosso per i modelli sportivi [foto 20].

Per quanto riguarda la staffa incisa del telaio constatiamo un cambiamento intorno al 1950. Essa infatti riporta l’incisione classica “Produzione «Selle Aqvila»” fino al 1949 su tutti i modelli. Cambia poi in “Aquila” (con la U) intorno al 1950. In contemporanea a questo cambiamento assistiamo a una novità per quanto riguarda il collarino. I nuovi collarini sono di tipo a scorrimento brevettato: scompaiono le staffe laterali che vengono soppiantate da due asole trasversali sul telaio. Il collarino presenta due rigonfiamenti sui laterali, che andandosi a innestare nelle asole del telaio, formano un incastro registrabile [foto 21].

Anche in questi modelli ci sono differenze di misure per quanto riguarda le versioni maschili, femminili e sport:

  • versione turismo uomo, lunghezza 25,5 cm, larghezza 23 cm.
  • versione turismo donna, lunghezza 24 cm, larghezza 23 cm.
  • versione sport, lunghezza 26 cm, larghezza 21 cm.

Per questo modello, destinato alle biciclette di particolare prestigio (sia maschili che femminili), viene utilizzato un telaio in alluminio, che mantiene il collarino con alleggerimento con le staffe semitonde. Si tratta di selle particolarmente leggere e fragili, al punto che ne sono arrivate ai giorni nostri davvero poche [foto 22].

In questi anni si assiste a una produzione davvero vasta, con molti esemplari simili tra loro. Si tratta di selle sostanzialmente coeve, che si differenziano fondamentalmente per la qualità del pellame utilizzato. È possibile classificarle come segue:

  • targhetta AQVILA, versione lusso.
  • targhetta AQVILA STANDARD, fascia media.
  • targhetta AQVILA ELIOS, fascia bassa.

La produzione di selle a “muso aperto” continua fino alla metà degli Anni ’50, quando viene soppiantata dalla versione a “muso chiuso” [foto 23]. Praticamente sono identiche alle precedenti, anche nelle misure e nelle caratteristiche, e si differenziano unicamente per la forma della punta che, appunto, diventa chiusa. Nonostante gli innumerevoli cambiamenti e le continue evoluzioni apportate alle selle da viaggio, per quelle da corsa il discorso cambia. Non notiamo particolari cambiamenti, a parte l’incisione sulle guance dello scafo in cuoio e della targhetta. La “V” diventa infatti “U” intorno alla fine degli Anni ’40 [foto 24].

La società opera nel campo delle selle per cicli e motocicli fino al 1981, quando viene scorporata dalla divisione chimica e viene creata la PAI-KOR srl.

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Tag: aqvilaBE53selle
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People:
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BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA! È in arrivo B BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA!

È in arrivo BE77, 100 pagine a colori dedicate al mondo del ciclismo vintage. Siamo molto felici e orgogliosi di aver dedicato la copertina alla bicicletta di uno dei più grandi, Gino Bartali, e di averlo fatto in collaborazione con il Museo del Ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema (FI), grazie al quale abbiamo potuto raccontarvi la storia unica di questa bicicletta da pista che Ginettaccio ha tenuto con sé per oltre vent'anni di carriera.

In totale, sono ben 11 le biciclette che trattiamo in questo numero: Rambler Light Roadster 1900 (Enzo Manfré); Legnano Mod. 52 SL Electa (Mauro Carini); Ciclo Piave Corsa 1955 (Emanuele Zardetto); Gielle Corsa 1983 (Lorenzo Berti); Fausto Coppi C4 Lugano 53 1993 Oscar Pellicioli (Fabio Dri); Takhion Pista 1990 (Enri Biavati); Compaigne Croix Super-Tri-Porteur 1938 (Carlo Azzini); Steve Potts Signature 1990 (Marco Ugherani); France Sport Donna 1925 (Luciano Cascioli); Lorenzo Monti, infine, ci illustra come ricostruire perni e coni di una Gritzner n°1 d'inizio Novecento.

Abbiamo poi le solite grandi storie, tra cui una enorme raccontata da Alessio Berti, quella del "Tasso" Bernard Hinault, uno dei più grandi di sempre. Marco Pasquini, invece, ci svela la carriera di Mario Fossati, giornalista essenziale, mentre Carlo Delfino ci porta a pedalare con Rodolfo Muller e Attilio Pavesi. Giovanni Battistuzzi, invece, ci racconta l'incrocio di destini tra i Mondiali di ciclismo e quelli di calcio. 

Spazio alla cultura con la storia di Henri Pélissier, estratta da Paolo Ghiggio dal libro "Noir, la bicicletta e la cronaca nera", e con il libro "Pino, coeur de lion" dedicato a Giuseppe Cerami. Fausto Delmonte illustra l'incredibile tecnologia dei telai ad aria compressa e Alfredo Azzini come sempre chiude raccontando la genesi dei velodromi europei.

Non mancano in apertura tutte le news dell'Eroica e dei vari club e musei e bellissima chiacchierata con Roberto Lencioni, in arte Carube.

Un numero da non perdere, frutto di un grande lavoro di squadra, che trovate in edicola o sul sito sprea.it.

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36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez 36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez, arrivo della tappa del Tour di oggi.

Il record è di Marco Pantani, e in tanti dicono che oggi crollerà.

Staremo a vedere, ma di certo il cuore batte forte ricordando quell'impresa, per chi di noi c'era e per chi Pantani non ha potuto viverlo di persona.

In ogni caso, Marco, oggi il pensiero è per te. <3
PREOGAR 2WD 1995 L'avete mai vista una bicicletta PREOGAR 2WD 1995

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Giancarlo Brocci e Alfredo Azzini, ospiti del Museo del Ghisallo, commentano insieme al nostro direttore Alessandro Galli alcuni passaggi fondamentali nell'evoluzione ciclistica dalle origine a Coppi.
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Biciclette d’epoca, registrata al tribunale di Milano il 19/12/2005 con il numero 970. ISSN: 2282-1902 Autorizzazione ROC n° 6282 del 29/08/2001 Direttore responsabile: Luca Sprea