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Home News Bicicultura

Pedalare da donna!

L'evoluzione della moda femminile in bicicletta

di Redazione
10 Giugno 2022
in Bicicultura
Tempo di lettura: 5 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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“Ma dove vai con i capelli al vento, il cuor contento e quel sorriso incantator…”.

L’immagine di una bella ragazza che pedala in bici richiama, almeno per le generazioni non più giovanissime, il testo di “Bellezza in bicicletta”, canzone di Silvana Pamparini scritta agli inizi degli Anni ’50, tutta intrisa di gioia di vivere. Il periodo del Dopoguerra si buttava alle spalle gli anni duri della sofferenza, dei sacrifici e della fame. Quale immagine poteva meglio esprimere spensieratezza, gioventù e libertà se non quella di una bella ragazza che pedala felice sulla sua bici? “Le gambe belle, tornite e snelle m’hanno già acceso la passione dentro il cuor…”.

Ma, per mostrare un tale fisico da pin-up tutto made in Italy, le donne ne hanno dovuta fare di strada in sella alle bici. Come abbiamo già raccontato nello scorso numero, ampiamente dedicato alle pioniere del ciclismo, sul finire dell’800 le signore cominciarono a prendere atto che la loro condizione non poteva più essere relegata a quella degli inizi del secolo. Private dei diritti a possedere un lavoro e una rendita, le donne iniziarono a chiedere a voce sempre più alta la libertà. Libertà di pensiero, di voto e soprattutto di movimento. La bicicletta rappresentò per loro il mezzo su cui puntare per ottenere il tanto agognato traguardo.

Negli Stati Uniti Susan B. Anthony incentivò nei suoi scritti il suffragio universale femminile e il veicolo che meglio si prestava ad aiutare le donne nella loro battaglia fu proprio la bicicletta. Il modo più semplice per inforcare il velocipede? Anthony non aveva dubbi: indossare i pantaloni. L’americana Amelie Bloomer (1818-1894) progettò quindi, ispirandosi all’abito detto “alla turca”, i famosi “bloomers”, primissimi, rudimentali, pantaloni da “ciclistA”, che venivano indossati sotto a una gonna corta e abbinati a un classico giacchino femminile. L’amore e la passione per la libertà portarono Amelie a pubblicare i cartamodelli per realizzare i pratici pantaloni, in modo che si potessero cucire in casa. L’abbigliamento delle donne doveva ben adattarsi alle loro esigenze di libertà e movimento, così per la prima volta praticità e comodità divennero caratteristiche del guardaroba femminile, mentre aggettivi come “grazioso” e “frivolo” passarono in secondo piano. Le signore più audaci iniziarono così, attorno al 1851, a farsi confezionare il mitico capo di abbigliamento riservato fino ad allora ai soli uomini, creando molto scalpore ma anche una moda!

CAMPAGNE DI OPINIONE

Ma chi più di una ciclista poteva intuire quale tipo di abbigliamento si adattasse meglio alle forme del corpo femminile? Fu il caso di Florence Wallace Pomeroy, viscontessa Harberton, una lady inglese appassionata delle due ruote e presidentessa della Rational Dress Society. Questa associazione, sorta nel 1881, aveva come scopo quello di definire l’abito perfetto, chiamato dai soci come “razionale”, che garantisse libertà di movimento e mantenesse un buon gusto. La Rational Dress Society si opponeva all’introduzione di qualsiasi moda che deformasse la figura, impedisse i movimenti del corpo o tendesse in qualche modo a nuocere alla salute. Dato che sul finire dell’Ottocento i resoconti sugli incidenti di cicliste che indossavano le gonne apparivano abbastanza frequentemente sulla stampa, perché i numerosi strati di gonne si incastravano nei raggi, Lady Harberton non smise mai di promuovere l’uso dei tanto vituperati pantaloni. Ma per non rischiare il ridicolo, molte signore continuarono a preferire il classico abito femminile, scomodo ma ben tollerato dalla società.

Ricordiamo inoltre che le signore montavano a cavallo “all’amazzone” ovvero sedendo di fianco. Guai a divaricare le gambe come facevano quelle sfrontate di cicliste! Fu proprio una sfrontata, insofferente al suo triste destino, a farsi confezionare da un sarto specializzato in abbigliamento da gentiluomo di campagna un outfit da cavallerizza, con pantaloni modellati su quelli di un palafreniere. Il suo nome era Gabrielle Chanel, detta Cocò, quando ancora non sapeva che cosa avrebbe fatto della sua vita, ma già sapeva bene il fatto suo.

Con o senza pantaloni, la bicicletta divenne il passatempo preferito dell’ultimo decennio dell’800. A Parigi gli uomini per sfrecciare lungo i viali del Bois de Boulogne erano soliti indossare ampi calzoni chiusi al ginocchio, giacchetta attillata (Norfolk), berretto alla marinara, calze di lana e scarpe dal tacco basso. Le signore, invece, indossavano un pantalone maschile con gamba molto ampia o la pericolosa gonna lunga. A Londra, in Battersea Park, nel 1895, le prime dame travolte dalla passione per il velocipede abbinavano a calzoni o gonne bluse con maniche “a prosciutto” e cappelli guarniti da piume.

MODA E SPORT

L’unione tra moda e sport avvenne tra il 1920 e gli Anni ’30, quando oramai le donne avevano acquisito un ruolo di rilievo nella società, al punto che alcune di loro erano diventate vere e proprie icone della moda. Tra queste ricordiamo Elsa Schiapparelli, creatrice di abiti estrosi e proposti nell’inedito colore rosa shocking. Anche la già citata Chanel, che mal sopportava l’estro creativo dell’italiana Schiapparelli, sosteneva al pari di questa che le donne dovessero praticare gli sport e una sana vita all’aria aperta, resa confortevole da pratici pantaloni e da capi realizzati in morbido tessuto jersey presi in prestito dal mondo dei marinai. Era solita dire: «Quante ragazze sarebbero più belle con le loro perle portate sulla pelle dorata dal sole».

Per tornare a parlare prettamente di abbigliamento femminile dobbiamo fare un salto negli Stati Uniti dove, agli inizi degli Anni ’40 Claire McCardell studiò un abbigliamento di maggior comfort per le donne che amavano come lei muoversi e spostarsi in bicicletta. La “stilo-ciclista” produsse un abito non strutturato con allacciatura “popover” (ovvero simile alle polo) e dalla buona vestibilità, perfetto per chi come lei sfrecciava dinamico verso gli Anni ’50. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si assistette al progressivo inserimento di tessuti tecnici nei capi di abbigliamento sportivo. Il ciclismo femminile, oramai accettato e sostenuto sia dagli sponsor sia dal pubblico, si adeguò e attinse dalle divise maschili sfruttando tutte le innovazioni che il mercato proponeva.

Non possiamo concludere questa pedalata nel mondo della moda femminile legata al ciclismo senza parlare di colei che riassume nella sua storia tutti gli sforzi e i bocconi amari buttati giù dalle donne per la loro emancipazione: Alfonsina Strada, a cui abbiamo dedicato la copertina dello scorso numero. A oltre 130 anni dalla sua nascita ricordiamo questa atleta dotata di un carattere determinato e di una grande passione che sin da ragazzina l’avevano spinta ad allenarsi sulle strade dei borghi emiliani, guadagnandosi il soprannome di “diavolo in gonnella”. Al Giro d’Italia del 1924, unica donna partecipante, guadagnò i soldi necessari a pagare sia la retta dell’istituto di cura psichiatrica in cui il marito era stato costretto sia quella del collegio della nipote. Alfonsina, lasciate le gare agonistiche si dedicò al suo negozio di biciclette in via Varesina a Milano, che raggiungeva ogni giorno indossando un’abbondante gonna pantalone e utilizzando ciò che l’aveva resa una donna libera: la bicicletta.


A cura di: Sara Lemmi


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Tag: BE55moda
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Disegnata dal vento e dalla passione di Leogard Estermann, detto "Leo", questa bicicletta da pista realizzata in Svizzera, a Zurigo, è un capolavoro di tecnologia e di estetica che ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ve la racconta Michael Walser del Velomuseum Rehetobel di Appenzell Ausserrhoden (CH) con la collaborazione di Jonas Becker. Un articolo da non perdere!

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ESTERMANN OLYMPIA 1980

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FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO" Ci sono FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO"

Ci sono campioni che dominano la scena sin dall'inizio della carriera e altri che ci arrivano con la maturità. È il caso di Franco Chioccioli, "Coppino" per la stampa e i tifosi, vincitore a 32 anni del Giro d'Italia del '91 con una strepitosa tappa sul Pordoi.

Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949 Q BIANCHI SQUADRA CORSE "LEGGERISSIMO" COPPI 1949

Questa bicicletta è nata per scrivere nel mito. Per questo abbiamo voluta raccontarla dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica con Paolo Amadori, da quello storico con Carlo Delfino e da quello puramente tecnico grazie a Michele Asciutti del Registro Storico Cicli.

Un approfondimento corposo che permette di capire le logiche della Squadra Corse Bianchi alla fine degli Anni '40, per una bicicletta che è stata la prima a montare il cambio Campagnolo "Tipo nuovo", che si sarebbe poi chiamato Parigi-Roubaix a partire dalla vittoria di Coppi alla Pascale del 1950.

Un grazie anche Carsten Rademarcher, proprietario di questa bicicletta, al fratello Dirk per le foto e a corsaclassic.com per il costante supporto.

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This bicycle was built to become a legend. That is why we wanted to explore it from the perspective of technological evolution with Paolo Amadori, from a historical perspective with Carlo Delfino, and from a purely technical perspective thanks to Michele Asciutti of the Registro Storico Cicli.

A comprehensive analysis that sheds light on the philosophy of the Bianchi Racing Team in the late 1940s, for a bicycle that was the first to feature the Campagnolo “Tipo nuovo” derailleur, which would later be named the Paris-Roubaix following Coppi’s victory at the 1950 Easter Classic.

Special thanks also to Carsten Rademarcher, owner of this bicycle, to his brother Dirk for the photos, and to corsaclassic.com for their constant support.

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Dear friends, we are finally ready with the English version of our magazine, ‘Vintage Bicycles 76’, available from today worldwide in print, available to buy on Amazon and ready to be delivered straight to your door.

The cover, which differs from the Italian edition, is dedicated to a stunning bicycle: the 1949 Bianchi Leggerissimo Squadra Corse, one of those made available to Fausto Coppi for 1950, on which he won his first and only Paris–Roubaix.

The very first bicycle ever to feature the Campagnolo ‘Tipo nuovo’ derailleur, which, following that victory, would come to be known as the ‘Paris-Roubaix’.

One of the many stories not to be missed on our pages!

Anyone who loves cycling and vintage bicycles simply must have ‘Vintage Bicycles’!

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150 ANNI DI UN MI-TO A partire dalla fine degli A 150 ANNI DI UN MI-TO

A partire dalla fine degli Anni '60 dell'Ottocento, le gare di velocipedi iniziano a diffondersi sempre di più, coinvolgendo i pochi temerari che già allora desideravano gareggiare con questi mezzi. 

La Milano-Torino, tenutasi per la prima volta nel 1876, è la più antica gara italiana ancora in essere, e la storia della sua affascinante genesi viene raccontata su BE76 da Alfredo Azzini, instancabile narratore delle origini della bicicletta.

EDIZIONE ITALIANA IN EDICOLA

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150 YEARS OF A LEGEND

Starting in the late 1860s, bicycle races began to gain popularity, drawing in the few daredevils who, even then, were eager to compete on these machines. 

The Milan-Turin race, held for the first time in 1876, is the oldest Italian race still in existence, and the story of its fascinating origins is told in BE76 by Alfredo Azzini, a tireless chronicler of the bicycle’s origins.

ENGLISH VERSION AVAILABLE SOON
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