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Le prime innovazioni meccaniche del velocipede

Il quadro storico e i protagonisti dello sviluppo tecnologico nei primi anni di vita della bicicletta

di Alfredo Azzini
5 Aprile 2019
in Bicicultura
Tempo di lettura: 7 minuti
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Nel suo primo decennio di vita il velocipede ha avuto un’evoluzione tecnica di notevolissima importanza con applicazioni meccaniche che ancora oggi costituiscono elementi irrinunciabili anche alle moderne ebike.

In seguito, l’acquisizione di nuove tecnologie e di nuovi materiali ha permesso un costante miglioramento di quelle applicazioni. In questo numero di Biciclette d’Epoca e nel prossimo parleremo degli albori di quelle applicazioni, dal telaio, alla ruota libera, dai raggi ai cuscinetti a sfere, tracciando soprattutto l’aspetto storico, mentre nella nuova rubrica Genesis si parlerà dettagliatamente ed esclusivamente dell’evoluzione tecnologica. Riteniamo però sia indispensabile dare una sguardo al complesso panorama storico politico di quel periodo (1861-1871) per contestualizzare il nostro velocipede con il mondo che lo ha visto nascere.

Storia di un’Europa divisa

L’Italia ha risolto proprio all’inizio di quel decennio la questione della sua unità, che ha imposto di affrontare da subito due problematiche importantissime: quella delle prime migrazioni interne e quella della questione meridionale. Dal punto di vista velocipedistico non si hanno notizie precise di costruttori in quegli anni. A Milano, città di assoluta eccellenza nella meccanica, erano attive le officine di Giovanni Greco (1867), di C. Baroni (1869, che poi diventerà ditta Luigi Pisa) e Bartolomeo Balbiani (1870). Anche in qualcuna delle altre maggiori città vi era sicuramente la presenza di costruttori, prova ne sia che Re Vittorio Emanuele II si farà costruire un velocipede tipo Michaux dall’officina Galizio di Firenze, all’epoca capitale d’Italia (ne abbiamo parlato nel numero 34).

A livello europeo si assiste a una continua escalation della tensione tra la Francia di Napoleone III e la Prussia del cancelliere Otto Von Bismark, che sfocerà proprio nella guerra franco – prussiana di fine decennio. L’Inghilterra è nel pieno del periodo vittoriano, ha appena chiuso la “gestione diplomatica” dell’unità d’Italia ed è nel momento di massimo sviluppo coloniale, perciò guarda di più agli interessi del suo impero che all’Europa.

Per questo, il velocipede e la sua economia vivono in quegli anni una storia quasi esclusivamente francese se non addirittura parigina. Storicamente è ormai accertato che la pedivella fu frutto del genio di Pierre Lallement ma certamente il primo sfruttamento commerciale è opera di Pierre Michaux. È ormai anche abbastanza pacifico che la prima applicazione della pedivella avvenne intorno al 1861 e non 1855 come sostenuto da alcuni.

Dal 1867 al 1870 si assiste, soprattutto a Parigi a un proliferare di imprese che producono velocipedi. Si pensi che da marzo a ottobre del 1869 sono ben nove le aziende costruttrici di velos che nascono nella capitale francese. Ma anche a Lione si stabiliscono nello stesso anno almeno altre sette imprese. Ovviamente c’è la necessità di far conoscere questa stupefacente macchina, nascono così i primi expo dedicati ai velocipedi. Le esposizioni sono organizzate in concomitanza con le gare, in particolare è da ricordare per la sua importanza quella di Carpentras tenutasi dal 7 all’8 agosto 1869 che vede assegnare il primo premio per l’eccellenza costruttiva proprio alla fabbrica Michaux et Cie.

Questo fervore sarà bruscamente interrotto dalla guerra franco – prussiana, persa dalla Francia, la quale andrà incontro a una profonda crisi. Infatti Napoleone III viene destituito e vede la nascita della Commune, con l’avvio di un periodo confuso e incerto dal quale nascerà la Terza Repubblica. Anche l’Inghilterra inizierà a conoscere il velocipede grazie all’opera dei produttori parigini. Sulla rivista The English Mechanic del 28 giugno 1867, si legge che il miglior velocipede commercializzato in Inghilterra è il Michaux. In effetti questa azienda aveva aperto dall’inizio di quell’anno ben cinque depositi a Manchester, Glasgow, Liverpool, Southport e Dublino che andavano ad affiancare quello già in attività a Londra.

Un importante stimolo alla produzione di grande serie di velocipedi inizierà a Coventry nel febbraio del 1869 per merito di una commessa di 400 velocipedi assegnata dalla ditta francese Turner et Cie alla ditta, produttrice di macchine per cucire, Sewing Machine Co.. In seguito Coventry divenne l’indiscussa capitale del ciclo britannico, la cui produzione andrà a sostituire quella dei telai e delle macchine da cucire, come per esempio nel caso di Singer.

Alla fine del 1869 i fabbricanti inglesi sono quasi un centinaio – 91, per la precisione – divisi quasi equamente tra Londra, Coventry e la vicinissima Birmingham. Molti producono su licenza di ditte francesi. Proprio alla fine di quell’anno, viene organizzato per finalità esclusivamente commerciali l’Expo al Crystal Palace, in un contesto davvero suggestivo e per la durata di oltre un mese dal 6 settembre al 9 ottobre. Il Crystal Palace era un immenso padiglione in cristallo e vetro di ben 84.000 m2 coperti costruito ad Hyde Park nel 1851 in occasione del primo Expo mondiale, tenutosi a Londra proprio in quell’anno.

Il padiglione sarà poi smontato e ricostruito a Sydenham Hill dove finì la sua storia nel 1936 a seguito di un incendio. Proprio con l’esposizione al Crystal Palace pensiamo si possa sugellare l’avvio della competizione tecnico-commerciale franco-inglese che caratterizzerà tutti i decenni a venire almeno sino alla Prima Guerra Mondiale.

perfezionamento meccanico

Uno degli elementi più criticati del velocipede era la fatica che si doveva fare per farlo procedere.Ruote in legno e ferro, alte e instabili su quelle strade in terra battuta, pavè o selciati producevano un vero e proprio scuotimento fisico, tanto che gli inglesi lo chiameranno boneshaker – scuoti ossa.  Se poi capitava la fortuna di trovare una lieve discesa, si doveva avere quello che i francesi denominano repos pied, poggia piedi, per poter abbandonare l’appoggio sulla pedivella onde evitarne l’insostenibile velocità di rotazione.

Tutte le prime invenzioni sono dedicate alla ricerca della rimozione di queste scomodità e all’alleggerimento dello sforzo fisico. Già sul finire degli Anni ‘60 dell’800 c’è chi immagina di eliminare totalmente il peso della pedalata applicando motori magneto-elettici (Mariè – Parigi 1868), ma non è dato sapere se dalla concezione teorica si sia mai passati alla pratica. Invece Roper applicherà, negli USA, un motore a vapore al velocipede, mentre Loius Guillaume Perreaux in Francia applicherà prima uno e poi due volani per alleggerire l’impegno della pedalata.

Al di là di queste invenzioni estreme, che oggi sono relegate al mondo delle curiosità, altre sono state le interessanti applicazioni per ridurre l’impegno fisico nell’uso del velocipede anche al fine di aumentarne le platea degli utilizzatori. Iniziamo quindi a vedere quale fu l’evoluzione meccanica partendo da quello che è sempre stato l’elemento più importante: il telaio

Il telaio e la forcella

I telai delle Michaux sono sostanzialmente di due tipi: il cadre droit (telaio diritto), che si mantiene sempre al di sopra delle ruote caratterizzato da un forcellone posteriore, e il cadre cintré (telaio ad arco), che partendo da sopra la ruota anteriore finisce al mozzo della ruota posteriore. I primi miglioramenti del telaio furono più delle sperimentazioni dei produttori che delle invenzioni vere e proprie.

Il telaio nasce dalla forgiatura per cui, per sua natura, deve essere di ferro pieno. Quello che inizialmente viene fatto per differenziare le varie produzioni è la diversificazione in tipi di colore, in tinta unita o con filetti, con finiture brunite, ramate argentante ed addirittura dorate. Soprattutto nella scuola lionese ci sono stati diversi modelli come i Cadot ed i Gervat costruiti con telaio in legno rinforzato dal ferro nel tentativo di attutirne le vibrazioni ma le loro numerose rotture ne hanno decretato presto l’abbandono. Saranno i fratelli Olivier che introdurranno per primi l’utilizzo del fer creux, ferro cavo, per alleggerire il velocipede.

La forcella anteriore subirà anch’essa una metamorfosi dal ferro pieno (e piuttosto spesso), al ferro pieno ma più sottile e curvo, con rinforzo ai margini per aumentarne la resistenza allo stress fisico. Il ferro cavo sarà un’applicazione importante per poter giungere alla realizzazione di velocipedi più leggeri che vedranno la luce con l’applicazione di due tecnologie interessanti e disponibili nel panorama tecnologica dell’epoca. La prima è quella della costruzione della forcella anteriore in ferro cavo e rastremata verso il mozzo, tecnologia mutuata dalla fabbricazione dei foderi delle sciabole e delle spade. L’altra tecnologia impiegata per il telaio in tubi uniti tra loro, invece, è quella che si ispira alla tecnica di costruzione degli impianti per il trasporto del gas illuminante delle città, che era fatto in tubi di ferro con delle congiunzioni, anche angolari. Nei velocipedi la congiunzione dei tubi veniva fatta saldando una delle due parti da unire.

Risale certamente agli Anni ‘60 dell’800 l’utilizzo della numerazione dei velocipedi. Per la verità già il barone Karl von Drais aveva utilizzato una sua placca con sottostante numero, che aveva però più il compito di certificare il pagamento delle royalties anziché il numero della draisina su cui era applicato. Furono certamente i produttori parigini e in particolare ancora la Compagnie Parisienne ma anche la Michaux Père et Cie ad applicarli. La posizione preferita era sotto il telaio principale nelle vicinanze dello sterzo. Non è però raro trovare i numeri di telaio in altre posizioni anche per la stessa ditta, e a volte lo stesso numero era replicato su più parti dello stesso telaio. I punti in cui si possono trovare sono sulla parte posteriore della testa della forcella o sui due cuscinetti della ruota anteriore.

Alcuni costruttori come Poncet et Baiard, il lionese Gervat e il marsigliese Paranque metteranno il numero punzonato sulla placca che identifica la marca posizionando la stessa in posizioni molto visibili. Un’importante evoluzione subirà anche la sella, che dapprima sarà fissa poi scorrevole sull’asse secondario del telaio. Il materiale, dapprima in legno o ferro forgiato, diverrà poi di cuoio applicato su un telaio in ferro sino a giungere alla più sofistica selle en crin ottenuta con l’applicazione del cuoio su un telaio di ferro e legno imbottita di crine di cavallo.

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BARTALI PISTA '30/50 Una compagna di viaggio su t BARTALI PISTA '30/50

Una compagna di viaggio su telaio Galmozzi che ha seguito Gino Bartali per tutta la sua carriera, dagli Anni '30 agli Anni '50, accompagnandolo in chissà quante prove nei velodromi o chissà dove. 

Su BE77 voluto raccontarvi questa storia e metterla in copertina, perché anche le biciclette hanno uno spirito e una vita propria, che come le nostre cambiano con il tempo.

Da non perdere, in edicola adesso!

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BARTALI PISTA '30/50

A trusty companion built on a Galmozzi frame that accompanied Gino Bartali throughout his career, from the 1930s to the 1950s, riding with him in who knows how many races at velodromes or elsewhere.

In BE77, we wanted to share this story with you and feature it on the cover, because even bicycles have a spirit and a life of their own—one that, like ours, changes over time.

Available very soon in English version too.

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BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA! È in arrivo B BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA!

È in arrivo BE77, 100 pagine a colori dedicate al mondo del ciclismo vintage. Siamo molto felici e orgogliosi di aver dedicato la copertina alla bicicletta di uno dei più grandi, Gino Bartali, e di averlo fatto in collaborazione con il Museo del Ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema (FI), grazie al quale abbiamo potuto raccontarvi la storia unica di questa bicicletta da pista che Ginettaccio ha tenuto con sé per oltre vent'anni di carriera.

In totale, sono ben 11 le biciclette che trattiamo in questo numero: Rambler Light Roadster 1900 (Enzo Manfré); Legnano Mod. 52 SL Electa (Mauro Carini); Ciclo Piave Corsa 1955 (Emanuele Zardetto); Gielle Corsa 1983 (Lorenzo Berti); Fausto Coppi C4 Lugano 53 1993 Oscar Pellicioli (Fabio Dri); Takhion Pista 1990 (Enri Biavati); Compaigne Croix Super-Tri-Porteur 1938 (Carlo Azzini); Steve Potts Signature 1990 (Marco Ugherani); France Sport Donna 1925 (Luciano Cascioli); Lorenzo Monti, infine, ci illustra come ricostruire perni e coni di una Gritzner n°1 d'inizio Novecento.

Abbiamo poi le solite grandi storie, tra cui una enorme raccontata da Alessio Berti, quella del "Tasso" Bernard Hinault, uno dei più grandi di sempre. Marco Pasquini, invece, ci svela la carriera di Mario Fossati, giornalista essenziale, mentre Carlo Delfino ci porta a pedalare con Rodolfo Muller e Attilio Pavesi. Giovanni Battistuzzi, invece, ci racconta l'incrocio di destini tra i Mondiali di ciclismo e quelli di calcio. 

Spazio alla cultura con la storia di Henri Pélissier, estratta da Paolo Ghiggio dal libro "Noir, la bicicletta e la cronaca nera", e con il libro "Pino, coeur de lion" dedicato a Giuseppe Cerami. Fausto Delmonte illustra l'incredibile tecnologia dei telai ad aria compressa e Alfredo Azzini come sempre chiude raccontando la genesi dei velodromi europei.

Non mancano in apertura tutte le news dell'Eroica e dei vari club e musei e bellissima chiacchierata con Roberto Lencioni, in arte Carube.

Un numero da non perdere, frutto di un grande lavoro di squadra, che trovate in edicola o sul sito sprea.it.

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NOTE: English version will be available in few weeks.
36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez 36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez, arrivo della tappa del Tour di oggi.

Il record è di Marco Pantani, e in tanti dicono che oggi crollerà.

Staremo a vedere, ma di certo il cuore batte forte ricordando quell'impresa, per chi di noi c'era e per chi Pantani non ha potuto viverlo di persona.

In ogni caso, Marco, oggi il pensiero è per te. <3
PREOGAR 2WD 1995 L'avete mai vista una bicicletta PREOGAR 2WD 1995

L'avete mai vista una bicicletta a due ruote motrici? Tra il 1996 e il 1997 Subaru avviò una piccola produzione di soli 180 esemplari basata su un progetto precedente targato Progear nato alla fine degli Anni ‘80 dalla mente dell'austriaco Gunther Kappacher. Tutta la storia di questa MTB appartenente alla collezione di Paolo Carosini su BE76, in edicola fino al 30 luglio!

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Pronti per il panel "Da Dreis a Coppi: breve stori Pronti per il panel "Da Dreis a Coppi: breve storia illustrata del ciclismo sportivo" alla Gran Fondo Fausto Coppi di Cuneo.

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UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO Da ieri, al Mu UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO

Da ieri, al Museo del Ghisallo, ente ormai iconico voluto da Fiorenzo Magni, che nel 2026 compie 20 anni, è presente anche un busto di Ottavio Bottecchia, il “Furlan de fer”, donato dall’autore stesso, Guido Merzliak, non solo scultore ma anche illustratore, vingettista, ecc. 

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A scoprire il busto, il presidente del museo, Antonio Molteni, supportato dalla direttrice Carola Gentilini, curatori di questo luogo bellissimo che tutti gli amanti del ciclismo devono visitare.
ESTERMANN OLYMPIA 1980 Disegnata dal vento e dall ESTERMANN OLYMPIA 1980

Disegnata dal vento e dalla passione di Leogard Estermann, detto "Leo", questa bicicletta da pista realizzata in Svizzera, a Zurigo, è un capolavoro di tecnologia e di estetica che ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ve la racconta Michael Walser del Velomuseum Rehetobel di Appenzell Ausserrhoden (CH) con la collaborazione di Jonas Becker. Un articolo da non perdere!

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FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO" Ci sono FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO"

Ci sono campioni che dominano la scena sin dall'inizio della carriera e altri che ci arrivano con la maturità. È il caso di Franco Chioccioli, "Coppino" per la stampa e i tifosi, vincitore a 32 anni del Giro d'Italia del '91 con una strepitosa tappa sul Pordoi.

Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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FRANCO CHIOCCOLI: THEY CALLED HIM ‘COPPINO’

Some champions dominate the scene right from the start of their careers, whilst others only reach their peak later on. This was certainly the case for Franco Chioccioli, known as ‘Coppino’ to the press and fans, who won the 1991 Giro d'Italia at the age of 32 with a sensational stage victory on the Pordoi.

Marco Pasquini tells the story in Biciclette d'Epoca, now on newsstands.

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