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Dino Buzzati

Dal Deserto dei Tartari al Giro d'Italia il passo è breve...

di Marco Pasquini
30 Luglio 2020
in News
Tempo di lettura: 7 minuti
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Biciclette d'Epoca

La rivista dedicata alla storia del ciclismo e della bicicletta ogni tre mesi in edicola e online

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Nell’immediato dopoguerra Orio Vergani non segue per qualche anno il Giro e il Tour.

Al suo posto sono inviati prima Indro Montanelli e poi Dino Buzzati. A differenza di Pratolini che è cronista occasionale, soprattutto sportivo, Buzzati è giornalista di professione. È stato corrispondente dal Golfo della Sirte durante la Seconda Guerra Mondiale ed è arrivato al Giro dopo essere stato a Superga dove, il 4 maggio 1949, avvenne l’incidente aereo in cui morì il Grande Torino. Rispetto a Pratolini, grande conoscitore delle corse, Buzzati ammette fin dall’inizio di non aver mai visto una gara ciclistica su strada: «Per un complesso di circostanze probabilmente legate ai capricci del destino e che sarebbe ormai vano recriminare, colui che scrive oggi, cronista al seguito del Giro d’Italia, non ha mai visto una corsa ciclistica. […] Parecchie cose, non moltissime, chi scrive ha visto correre, in un modo o nell’altro sopra la superficie del mare e della terra; mai però i grandi ciclisti in gara sotto il sole, con un numero attaccato alla schiena, i tubolari a tracolla e la faccia ingessata dalla polvere».

SCENARI FANTASTICI

In Buzzati la “doppia anima”, l’essere insieme scrittore e giornalista, è un elemento che in queste cronache s’intravede e prende corpo. L’uomo Buzzati, innamorato dei boschi e delle montagne della sua terra,  è ‘costretto’ nel Buzzati professionista, sorta di maschera necessaria, ma non troppo amata, a vivere in città. Là dove il giornalista trova in Milano la sua razionalità, il suo contatto con il reale e con la storia, lo scrittore si sente in gabbia, e si rifugia nel suo mondo fantastico per ‘sopportare’ questa situazione (ed ecco che nella redazione del Corriere nascono opere come Il Deserto dei Tartari). Al Giro, il fantastico di Buzzati si avvicina sempre di più alla cronaca, alla quotidianità.

La cronaca si trasforma presto in favola, bastano infatti tre nuvole per divagare: «una giornata splendida pareva. Ma che fanno quelle tre nubi nere a forma di piva, sdraiate sopra Monte Pellegrino?».

Temi, ambienti e personaggi vengono con naturalezza trattati sia nella produzione giornalistica che in quella letteraria, spesso parallelamente. Alle volte le due forme si intrecciano, altre sono in contrappunto con le situazioni narrate. La metafora può apparire all’improvviso, per dare una visione d’insieme più ampia e originale al quadro comune: «Un sentimento difficile a dire, una specie di tensione degli animi, pietà, stupore di fronte a quel duello disperato, passò sulle valli. Il vecchio campione riuscirà a salvarsi? O era questa l’ora del suo destino? Suonò una tromba che gli echi delle rupi ripercossero. Era il corno di un motociclista portaordini eppure sembrò che provenisse da qualche solitario dio della montagna che desse il segnale».

Dopo i primi articoli introduttivi, sia per il lettore sportivo poco avvezzo allo stile di Buzzati, sia per il cronista che va alla scoperta di un mondo nuovo, le cronache acquistano un ritmo molto spedito, quasi a riprodurre su carta il veloce passaggio della carovana lungo la strada. Mentre le cronache di Pratolini possono essere assimilate ai capitoli di un romanzo, per Buzzati l’impressione è più quella di una raccolta di novelle, o capitoli di una favola (non manca l’unitarietà) dal tema ciclistico.

Buzzati sviluppa la ricerca delle metafore, come fa Pratolini con il Circo Barnum (data la mancanza di vera cronaca sportiva nelle prime tappe). Ecco allora che lo scrittore si sostituisce presto al cronista e si lancia in novelle quotidiane. Ai corridori, alla cronaca sportiva, il narratore lascia ben poco spazio. Egli segue un suo personale schema, a cui il Giro offre una grande occasione di adattabilità.

La tensione dell’attesa, la definizione sempre più attenta dei contendenti, fino a “quel preciso momento” che risolverà la battaglia sono elementi caratteristici della scrittura di Buzzati. Lo scontro sportivo è ovviamente tra Coppi e Bartali, e sarà il tema portante per tutto il Giro. I due si controllano, si annullano vicendevolmente, come hanno già fatto in tante gare (e solo un exploit di uno dei due può fare la differenza). Questa ‘tensione d’attesa’, dello scontro sempre rimandato, si addice molto al Buzzati de Il deserto dei Tartari. Come anche la minaccia che l’irreparabile Tempo esercita su Bartali, il campione che si sta avviando sulla strada del tramonto.

Una prima scossa è data nella tappa di Napoli, in cui Coppi attacca e Bartali deve arrancare per rientrare. Buzzati delinea Bartali, un po’ come aveva chiuso Pratolini due anni prima, definendolo il  “vecchio delle Montagne”: «Può darsi che in mezzo a questi campi così felici si decida il Giro; e si spezzi un cuore. Bartali, vecchio leone, è questo il giorno che presto o tardi doveva venire, è questa l’ora tua suprema dopo la quale comincia l’ultimo crollo della giovinezza? Si è rotto l’incanto proprio qui, su un miserabile colle che misura appena 585 metri? Il tuo genio fedele che finora ti scortava, trascinandoti alla gloria, non risponde più alle tue chiamate? Sei diventato uno come gli altri?».

Poi, il due giugno, arrivano le montagne. La lunga attesa sembra finita. Stavolta ci sarà battaglia, i due contendenti non possono più nascondersi. Lo scrittore, che finora ha testimoniato l’Italia e  intrattenuto il lettore, cede temporaneamente la penna al cronista. Apparentemente, perché, ancora una volta, c’è un motivo per divagare con la fantasia sul paesaggio circostante. Buzzati è nato a Belluno, e da sempre ama le montagne, maestose e silenziose. Alpinista per nascita e vocazione, non nasconde questa sua passione neanche nel suo primo libro: Bàrnabo delle montagne.

Le montagne sono parte integrante del suo mondo interiore e della sua fantasia, e lo “seguiranno” anche dopo il suo trasferimento in città. Esse sono per lui “giudici enigmatici”, che danno sempre una sentenza, un giudizio, sull’uomo.

Quel due giugno l’attacco di Coppi al quale, di nuovo, Bartali non sa rispondere immediatamente. La giornata è veramente da tregenda: «E il bosco era diventato nero. E nere le nuvole, tutte sfrangiate di sotto. Di Dolomiti ogni tanto qualche selvaggia rocca, tra le nebbie. Qualcosa gli punzecchiò la faccia e le cosce. Grandine. Tempesta sulle montagne. A poco a poco la scena e la battaglia divennero potenti. I severi abeti fuggivano via ai lati, tutti sghembi per la velocità. Fango. I freni cigolavano come gattini che chiamavano la mamma. Non c’era anima viva. Niente altro che suono delle biciclette. Il ticchettio furioso della grandine e quello dello stridio dei freni».

Nonostante il pesante ritardo, Bartali non è ancora sconfitto. Così lo vede anche Buzzati, che il giorno dopo gli dedica un articolo dal titolo: Non fa per lui la parte del vinto. Nuovamente, come era già successo con Pratolini e Gatto, Bartali ispira il cronista, per la sua dignità, per il suo non arrendersi mai, neanche davanti all’evidenza. «Non piangete dunque per il campione sconfitto, è prematuro. Non compiangetelo, non fatene un eroe crepuscolare; non mandategli messaggi di conforto. Non ne ha bisogno».

DUELLO FINALE

Ciò è la prefigurazione di quello che sarà lo scontro finale sulle Alpi. Di nuovo le montagne sono chiamate ad esprimere un giudizio: «Attento, Bartali. Il pubblico fa già la coda agli ingressi della Corte. I più celebri avvocati hanno indossato le solenni toghe, le travolgenti arringhe sono pronte persino nelle virgole. I giudici, cioè le montagne, siedono enigmatici e il loro solo aspetto intimidisce».

La notte prima Buzzati detta l’articolo dal titolo: “Suprema sentenza oggi sull’Isoard”. Ed è qui, non sulle Dolomiti a lui tanto care, ma comunque sulle montagne, che Buzzati realizza la sua metafora più grande e importante di questo Giro d’Italia: Coppi e Bartali come Achille ed Ettore.

Ecco la battaglia, e subito è chiaro che per Bartali è la sconfitta: «La vittoria si pose al fianco di Coppi fino dal primo duello. In chi lo vide non ci fu più dubbio. Il suo passo su quelle maledette aveva una potenza irresistibile. Chi lo avrebbe fermato?».

Quattro sono le vette da scalare, l’ultima l’Isoard: «Ecco i fantastici gradini dell’Isoard che toglierebbero il fiato a un’aquila e si conchiudono in un anfiteatro di ghiaie a precipizio con torrioni di rocce gialle di aspetto umano». I minuti si accumulano sulle spalle del ‘vecchio guerriero’, quasi sei al Monginevro, quasi otto al Sestriere, dodici allo stadio di Pinerolo. La sentenza è stata emessa.

Buzzati appare come estasiato dalla gara e cita, forse a memoria, alcuni brani dell’Iliade: «L’auree bilance sollevò al cielo – il grande Padre, e due sorti entro vi pose […] le librò nel mezzo, – il duce troiano il fatal giorno – cadde, e ver l’Orco declinò».

Contro il volere degli dei, contro il logorio del tempo, anche Bartali, come Ettore, combatte strenuamente, ma invano. Come Gatto, che aveva usato gli eroi omerici come il più classico rimando per il duello tra i campioni, senza per altro sviluppare a fondo la similitudine, Buzzati pone la stessa metafora al centro della sua cronaca: il giovane Coppi, che vince sul vecchio Bartali, proprio come il giovane Achille aveva trionfato su Ettore.

Buzzati, come prima di lui avevano fatto Pratolini e lo stesso Gatto, mostra solidarietà verso l’Ettore/Bartali. Per lui, come succedeva per gli scrittori, la figura del vinto, ma indomabile, s’avvicina ai suoi personaggi, e qui a Bàrnabo, l’antieroe. È il vinto che attrae Buzzati, più del vincitore. Bartali, così scontroso e burbero nella realtà, ha ispirato gli scrittori maggiormente di Coppi. Coppi, immane icona del grande eroe sportivo, appare quasi in lontananza, l’intoccabile e l’inavvicinabile.

Bartali, perdendo, perde anche quest’aurea d’intoccabile e riacquista la sua umanità. Un’umanità più semplicemente raccontabile da queste penne illustri; un’umanità maggiormente vicina a quella dei personaggi dei loro racconti e a quella dei lettori dei suoi articoli. Un Bartali sconfitto può ricordare la sconfitta italiana in guerra, ma è solo un’occasione, un momento. Non è una sconfitta definitiva, ed è quindi aperta la possibilità di risollevarsi, per lui e per la Nazione.


il kafka italiano

Nato a San Pellegrino di Belluno nel 1906, Dino Buzzati è stato uno scrittore creativo e poliedrico: scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta sono i ruoli a cui ha prestato la propria penna. Autore di romanzi surreali e immaginifici, fu per questo definito il Kafka italiano. Tra le sue opere più note, ricordiamo Bàrnabo delle Montagne (1933), Il Segreto del Bosco Vecchio (1935) e Il Deserto dei Tartari (1940), il suo romanzo più conosciuto.


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BARTALI PISTA '30/50 Una compagna di viaggio su t BARTALI PISTA '30/50

Una compagna di viaggio su telaio Galmozzi che ha seguito Gino Bartali per tutta la sua carriera, dagli Anni '30 agli Anni '50, accompagnandolo in chissà quante prove nei velodromi o chissà dove. 

Su BE77 voluto raccontarvi questa storia e metterla in copertina, perché anche le biciclette hanno uno spirito e una vita propria, che come le nostre cambiano con il tempo.

Da non perdere, in edicola adesso!

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A trusty companion built on a Galmozzi frame that accompanied Gino Bartali throughout his career, from the 1930s to the 1950s, riding with him in who knows how many races at velodromes or elsewhere.

In BE77, we wanted to share this story with you and feature it on the cover, because even bicycles have a spirit and a life of their own—one that, like ours, changes over time.

Available very soon in English version too.

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BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA! È in arrivo B BICICLETTE D'EPOCA 77 È IN EDICOLA!

È in arrivo BE77, 100 pagine a colori dedicate al mondo del ciclismo vintage. Siamo molto felici e orgogliosi di aver dedicato la copertina alla bicicletta di uno dei più grandi, Gino Bartali, e di averlo fatto in collaborazione con il Museo del Ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema (FI), grazie al quale abbiamo potuto raccontarvi la storia unica di questa bicicletta da pista che Ginettaccio ha tenuto con sé per oltre vent'anni di carriera.

In totale, sono ben 11 le biciclette che trattiamo in questo numero: Rambler Light Roadster 1900 (Enzo Manfré); Legnano Mod. 52 SL Electa (Mauro Carini); Ciclo Piave Corsa 1955 (Emanuele Zardetto); Gielle Corsa 1983 (Lorenzo Berti); Fausto Coppi C4 Lugano 53 1993 Oscar Pellicioli (Fabio Dri); Takhion Pista 1990 (Enri Biavati); Compaigne Croix Super-Tri-Porteur 1938 (Carlo Azzini); Steve Potts Signature 1990 (Marco Ugherani); France Sport Donna 1925 (Luciano Cascioli); Lorenzo Monti, infine, ci illustra come ricostruire perni e coni di una Gritzner n°1 d'inizio Novecento.

Abbiamo poi le solite grandi storie, tra cui una enorme raccontata da Alessio Berti, quella del "Tasso" Bernard Hinault, uno dei più grandi di sempre. Marco Pasquini, invece, ci svela la carriera di Mario Fossati, giornalista essenziale, mentre Carlo Delfino ci porta a pedalare con Rodolfo Muller e Attilio Pavesi. Giovanni Battistuzzi, invece, ci racconta l'incrocio di destini tra i Mondiali di ciclismo e quelli di calcio. 

Spazio alla cultura con la storia di Henri Pélissier, estratta da Paolo Ghiggio dal libro "Noir, la bicicletta e la cronaca nera", e con il libro "Pino, coeur de lion" dedicato a Giuseppe Cerami. Fausto Delmonte illustra l'incredibile tecnologia dei telai ad aria compressa e Alfredo Azzini come sempre chiude raccontando la genesi dei velodromi europei.

Non mancano in apertura tutte le news dell'Eroica e dei vari club e musei e bellissima chiacchierata con Roberto Lencioni, in arte Carube.

Un numero da non perdere, frutto di un grande lavoro di squadra, che trovate in edicola o sul sito sprea.it.

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NOTE: English version will be available in few weeks.
36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez 36'40'' è il record per la scalata dell'Alp d'Huez, arrivo della tappa del Tour di oggi.

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Staremo a vedere, ma di certo il cuore batte forte ricordando quell'impresa, per chi di noi c'era e per chi Pantani non ha potuto viverlo di persona.

In ogni caso, Marco, oggi il pensiero è per te. <3
PREOGAR 2WD 1995 L'avete mai vista una bicicletta PREOGAR 2WD 1995

L'avete mai vista una bicicletta a due ruote motrici? Tra il 1996 e il 1997 Subaru avviò una piccola produzione di soli 180 esemplari basata su un progetto precedente targato Progear nato alla fine degli Anni ‘80 dalla mente dell'austriaco Gunther Kappacher. Tutta la storia di questa MTB appartenente alla collezione di Paolo Carosini su BE76, in edicola fino al 30 luglio!

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È un numero molto speciale quello che trovate in edicola in questi giorni! Girandolo, infatti, troverete uno speciale per celebrare i 10 anni di Eroica Montalcino, che andrà in scena il 31 maggio.

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UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO Da ieri, al Mu UN BUSTO DI BOTTECCHIA AL GHISALLO

Da ieri, al Museo del Ghisallo, ente ormai iconico voluto da Fiorenzo Magni, che nel 2026 compie 20 anni, è presente anche un busto di Ottavio Bottecchia, il “Furlan de fer”, donato dall’autore stesso, Guido Merzliak, non solo scultore ma anche illustratore, vingettista, ecc. 

Merzialik ha testimoniato, visibilmente emozionato dal momento, la sua passione per “Botescià” e per il ciclismo eroico,  aiutato in questo dai racconti del giornalista e scrittore Claudio Gregori, firma storica del ciclismo. 

A scoprire il busto, il presidente del museo, Antonio Molteni, supportato dalla direttrice Carola Gentilini, curatori di questo luogo bellissimo che tutti gli amanti del ciclismo devono visitare.
ESTERMANN OLYMPIA 1980 Disegnata dal vento e dall ESTERMANN OLYMPIA 1980

Disegnata dal vento e dalla passione di Leogard Estermann, detto "Leo", questa bicicletta da pista realizzata in Svizzera, a Zurigo, è un capolavoro di tecnologia e di estetica che ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Ve la racconta Michael Walser del Velomuseum Rehetobel di Appenzell Ausserrhoden (CH) con la collaborazione di Jonas Becker. Un articolo da non perdere!

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FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO" Ci sono FRANCO CHIOCCOLI: LO CHIAMAVANO "COPPINO"

Ci sono campioni che dominano la scena sin dall'inizio della carriera e altri che ci arrivano con la maturità. È il caso di Franco Chioccioli, "Coppino" per la stampa e i tifosi, vincitore a 32 anni del Giro d'Italia del '91 con una strepitosa tappa sul Pordoi.

Ce lo racconta Marco Pasquini su Biciclette d'Epoca adesso in edicola.

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FRANCO CHIOCCOLI: THEY CALLED HIM ‘COPPINO’

Some champions dominate the scene right from the start of their careers, whilst others only reach their peak later on. This was certainly the case for Franco Chioccioli, known as ‘Coppino’ to the press and fans, who won the 1991 Giro d'Italia at the age of 32 with a sensational stage victory on the Pordoi.

Marco Pasquini tells the story in Biciclette d'Epoca, now on newsstands.

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