Siamo alla metà degli Anni ’50 e l’Italia e il mondo sono in febbrile subbuglio.
Passati ormai da un decennio i terribili anni della guerra, tutto è ripartito con grande fiducia. Il Paese vive quello che negli anni a venire sarebbe stato ricordato come il “boom economico”, sorretto dal piano Marshall, da nuove alleanze internazionali, dalla voglia di ripartire dopo una prima metà del secolo durissima, attraversata da terribili conflitti – sociali e militari – e dalla crudele dittatura del Ventennio. La Repubblica è giovane e bella, e si guarda al futuro con entusiasmo. Lo sport degli italiani è ancora il ciclismo, e mentre i suoi grandi campioni del passato, Coppi e Bartali, si stanno avviando verso il tramonto – che nei nostri cuori non arriverà mai – giovani leoni si affacciano alla ribalta internazionale, affamati di vittorie, gloria e popolarità.
Sono anni di grande cambiamento, e questo si vede anche nello sport e in particolare nel ciclismo. Nel 1954 Fiorenzo Magni, grazie alla sua grande e naturale intuitività, che avrebbe caratterizzato molte scelte della sua vita, lancia per la prima volta al mondo una squadra professionistica con uno sponsor non legato al mondo del ciclismo, la Nivea-Fuchs (ne abbiamo parlato su BE51), aprendo la strada al ciclismo dei campioni come lo conosciamo oggi. Di lì a poco molti altri lo seguiranno, e tra questi ci sarà anche l’imprenditore milanese e futuro Cavaliere del Lavoro Giovanni Mastracchi Manes, che avrebbe fondato un impero nel campo dell’igiene dentale lanciando marchi di dentifricio noti ancora oggi (uno tra tutti Durban’s). Nel 1955, infatti, nasce la Chlorodont, squadra capitanata dal giovane campione toscano Gastone Nencini.
Alla partenza del Giro di quell’anno, di cui Nencini risulterà vincitore morale, fermato solo da una foratura nella penultima tappa verso San Pellegrino, dove fu attaccato da Coppi e Magni, la squadra si presenta al via con delle bellissime biciclette completamente bianche, in linea con lo sponsor principale. Sono però biciclette senza marchio. A rimediare, pochi minuti prima dell’incontro con la stampa, è un giovane meccanico lombardo, che propone di attaccare sulle bici degli adesivi con il marchio della Leo-Werke, azienda di Lipsia ideatrice del dentifricio Chlorodont agli inizi del Novecento, in dotazione alla squadra. Piccolo dettaglio: il giovane in questione, classe ’32, risponde al nome di Ernesto Colnago. Nasce così la Leo-Chlorodont, che pedalerà con biciclette realizzate da vari telaisti senza avere in effetti alle spalle una vera e propria casa produttrice. È in questo contesto che, alcuni anni dopo – siamo ormai nel 1958 – compare sulla scena la bicicletta di cui parliamo in queste pagine.
SALVATA DAL RAGNO
Nella seconda metà degli Anni ’50, Gastone Nencini è già un campione affermato, nonostante non abbia ancora trent’anni. Dopo il rocambolesco finale del ’55, il Leone del Mugello – soprannome affibbiatogli per la grande combattività – vince finalmente il Giro del 1957, raggiungendo uno status di livello internazionale. Tra i festeggiamenti che ne seguirono, grande protagonista fu il telaista fiorentino Giusto Pinzani, di cui abbiamo già parlato su BE62, che fu tra coloro che lanciarono il giovane Gastone verso la carriera da ciclista. Pinzani fu un personaggio molto particolare. Schivo all’estremo, rifiutò sempre ogni tipo d’intervista e di celebrazione, arrivando persino a rispedire al mittente una proposta di acquisto del suo marchio perché voleva vendere solo biciclette fatte con le sue mani. Leggenda vuole che durante questa festa, dicevamo, Nencini dicesse a tutti che la Leo sulla quale aveva vinto il Giro fosse stata realizzata da Pinzani. Lo scriviamo perché questa nota deve aleggiare nell’aria mentre andiamo a raccontare la bicicletta che vedete in queste pagine, che purtroppo non può essere chiaramente attribuita, ma la cui storia è di quelle che aggiungono sugo e sale a chi ama la storia del ciclismo, dei suoi campioni, delle loro biciclette.
Dobbiamo fare un salto dalla fine degli Anni ’50 al 2012, quando Andrea Martini – attuale proprietario di questa bicicletta e senza dubbio cultore della materia – si trova a camminare in via San Zanobi a Firenze, verso l’ora di pranzo, con l’intento di andare a comprarsi un panino in una bottega della zona. Lungo il percorso, nota un camion dotato di ragno meccanico – di quelli che raccolgono i rottami – intento a prelevare del materiale ferroso da un’officina. Tra questo materiale, anche una bicicletta da corsa in pessime condizioni. Andrea si ferma a chiacchierare con il proprietario dell’officina, che conosceva, che gli racconta che quella bicicletta gli era stata data da Nencini e che aveva vinto una tappa al Tour de France, ma che ormai era un ferrovecchio e la stava buttando, ma che se voleva poteva portarsela a casa. Andrea non ha molte speranze, pensando che si tratti di una delle tante storie fantasiose che circolano, però decide di portare a casa la bicicletta. Pulendola da polvere e ruggine di decenni, compaiono la scritta “Nencini” sul tubo orizzontale e soprattutto la punzonatura “NEN” sotto al movimento centrale! Non può essere un caso: la bicicletta diventa seriamente candidata a essere appartenuta a Gastone Nencini.
Per confermare questa elettrizzante attribuzione, Andrea si rivolge a Saul Nencini, figlio di Gastone, all’epoca meccanico alla Liquigas, che una sera prende in esame la bicicletta e conferma che le misure sono proprio quelle del padre! Un altro numero stampigliato sul nodo sella – S58/12 – permette di datare la bici al 1958. In quell’anno, Nencini aveva effettivamente partecipato al Tour de France, classificandosi quinto e vincendo una tappa, la Carpentras-Gap di 178 km, nelle Alpi francesi, battendo in volata Raphaël Géminiani, in giallo, e il suo grande avversario Jacques Anquetil. Tutto torna! La storia raccontata davanti al ragno in via San Zanobi è vera. Andrea Martini è stato protagonista di un vero miracolo!
PRODIGI DEL DESTINO
Gli studi sulla fisica quantistica d’inizio Novecento, la Teoria della Relatività di Einstein e il principio della Sincronicità di Jung convergono verso un assunto universale secondo cui nulla avviene per caso, ma che anzi gli eventi siano concatenati tra di loro grazie a elementi di reciproca attrattività. Secondo questi principi, quindi, non è stato un caso che Andrea abbia salvato questa bicicletta dal ragno, ma si è trattato invece di qualcosa governato dalle grandi leggi cosmiche. L’interpretazione ovviamente è libera, ma è grazie a questo incontro del tutto casuale che oggi possiamo raccontare questa Leo del ’58 sopravvissuta per miracolo. L’attribuzione certa, come dicevamo, è impossibile, ma Andrea sostiene la teoria che porta verso Pinzani. «Le congiunzioni sono quelle della Bottecchia di quegli anni», ci dice, «ma sono troppo limate per essere quelle di produzione. C’è per forza la mano di un telaista esperto e questo potrebbe essere proprio Giusto Pinzani». Un’ipotesi suggestiva, purtroppo non supportata da prove. Quello che è certo è che questa bici Nencini l’abbia utilizzata davvero al Tour, e la si può riconoscere da alcune foto dell’epoca. Un’altra “firma” che la attribuisce al potentissimo Gastone è anche la rottura del telaio in due punti, dato che il campione toscano non infrequentemente li spaccava durante le sue memorabili azioni. E un telaio da corsa, alleggerito, sicuramente non era resistente quanto uno più pesante.
C’è da dire che, comunque, la lavorazione di limatura non è estrema, forse proprio per contenere la potenza del Leone del Mugello, anche se parliamo di un telaio di alto livello. A sancire l’estrema qualità di questa bicicletta – che Andrea ha fatto inserire nel 2013 nel Registro delle Biciclette Eroiche, indicando l’anno come ’57, datazione poi corretta – è soprattutto il montaggio, rappresentativo dei più alti standard tecnologici dell’epoca. Il telaio con congiunzioni limate di tipo Bottecchia è in tubi Columbus. Il cambio è un Campagnolo Gran Sport con comandi al manubrio. I mozzi sono sempre Campagnolo Gran Sport a 36 fori con raggi Stella Crominox da 1,8 mm sfinati. I cerchi sono Nisi zigrinati. Le pedivelle sono Magistroni da 172,5 mm con guarnitura Simplex 47/50. Il movimento centrale è Campagnolo a chiavelle. La ruota libera è Regina a 5 rapporti 14/21. La serie sterzo è sempre Campagnolo Gran Sport mentre i pedali sono Campagnolo primo tipo con puntapiedi Alpi. Il reggisella è di nuovo Campagnolo Gran Sport con sella Brooks B17 in cuoio. Il portaborraccia è Reg mentre piega e pipa sono Cinelli in acciaio. I freni, infine, sono Universal 51. Tra i segni particolari di questa bicicletta, che ne testimoniano l’uso in gara da parte di un campione, un tappo di sughero all’interno del tubo sella e un cilindro in legno inserito nel cannotto di sterzo, come sistema di sicurezza in caso di rotture. Non installati, ma previsti per la bicicletta come non di rado si usava all’epoca, anche i parafanghi. Andrea l’ha semplicemente ripulita e ne ha conservato tutte le componenti, eccezion fatta per paramani e nastro che non erano più recuperabili.
Al di là del valore tecnico, comunque eccellente, resta di questa Leo del ’58 appartenuta a Gastone Nencini una storia straordinaria, anche di salvezza, testimone dei tempi che ha attraversato e anche della normalità con cui i campioni dell’epoca trattassero le proprie biciclette, evidentemente inconsapevoli del valore estremo che avrebbero avuto in futuro per gli appassionati. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che sia stata ceduta dopo il 1966, in cambio di qualche lavoro, l’anno dopo che Nencini terminò la sua fulminea carriera. Salvata dal ragno, torna oggi a raccontarci la sua strepitosa storia!
Collezione: Andrea Martini
Scheda tecnica
Marca: Leo
Modello: Corsa
Anno: 1958
Telaio: in acciaio con congiunzioni Bottecchia
Cambio: Campagnolo Gran Sport con comandi al manubrio
Guarnitura: Simplex 47/50
Ruota libera: Regina a 5v 14/21
Pedivelle: Magistroni da 172,5 mm
Serie sterzo e reggisella: Campagnolo Gran Sport
Cerchi: Nisi zigrinati
Pneumatici: Pirelli Gran Premio
Mozzi: Campagnolo Gran Sport da 36 fori
Raggi: Stella Crominox da 1,8 mm sfinati
Pedali: Campagnolo primo tipo con puntapiedi Alpi
Sella: Brooks B17 in cuoio
Freni: Universal Extra 51
Manubrio e pipa: Cinelli











