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Home News Le Biciclette

Crescent No. 32 Chainless 1899

Dai giocattoli per bambini ai giocattoli per collezionisti

di Carlo Azzini
12 Novembre 2024
in Le Biciclette
Tempo di lettura: 6 minuti
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Per descrivere la storia della Crescent, crediamo che la frase migliore sia quella pronunciata dallo scrittore britannico Lee Child: «La differenza tra gli uomini e i bambini sta nel prezzo dei loro giocattoli».

Il perché vi sarà chiaro proseguendo nella lettura di questo articolo. Western Wheel Works (WWW), come abbiamo già spiegato su BE60, era il nome della fabbrica americana all’interno della quale nacque il marchio denominato Crescent. La WWW ebbe origine dalla Western Toy Company, ditta che venne fondata da Adolph Schoeninger nel 1865. Le performance finanziare andarono bene fino al 1871, anno in cui il Great Chicago Fire – il grande incendio che colpì la città – trasformò in cenere anche la ditta di giocattoli.

Schoeninger non si diede per vinto e nel 1872, grazie a finanziamenti dalle banche europee, ottenne i capitali utili per ammodernare e ricostruire le linee di produzione. L’incendio però non portò solo devastazione ma al contrario fece riflettere il proprietario della Western Wheel Works sui prodotti che in quel momento rappresentavano l’innovazione tecnologica, sui quali concentrare i futuri investimenti: i velocipedi.

Verso la fine degli Anni ’80 dell’Ottocento, la compagnia iniziò quindi la produzione di bicicletti utilizzando il marchio Crescent, cimentandosi anche nella produzione di tricicli e biciclette da bambino. Il successo commerciale e la lungimiranza degli investimenti diedero i loro frutti, tant’è che nel 1890 la Western Wheel Works divenne la fabbrica di biciclette più grande del mondo. Alla fine del XIX secolo, e precisamente nel 1897, la compagnia crebbe fino a dare lavoro a circa 1500 tra dipendenti e operai con 350 biciclette prodotte giornalmente, spingendosi nel 1899 a includere 42 stabilimenti impegnati nella realizzazione di diverse componenti tranne una: i copertoni. Tale mancanza spinse i vertici dirigenziali a una fusione tra la Western Wheel Works e la ditta Rubber King, portando alla nascita dell’American Bicycle Company (ABC).

Contrariamente a quanto si potrebbe desumere, la American Bicycle Company durò per un periodo di soli 4 anni (1899-1903), al termine del quale la grande ditta si sciolse e tutti e 43 i brand facenti parte del colosso industriale si divisero, specializzandosi in modo separato e senza una logica di agglomerazione. Le cause di tale scioglimento non sono note ma gli storici del periodo tendono a validare la tesi che i vari tavoli di comando, a capo delle ditte coinvolte, avevano obiettivi divergenti, cosa che provocò una serie di rotture e attriti interni tale da determinare la fine del più grande produttore di velocipedi dell’epoca. Nonostante il fallimento industriale, i prodotti che vennero realizzati dalla WWW prima della ABC poi sono di assoluta qualità in termini di leggerezza, precisione meccanica e brevetti.

LUNA CRESCENTE

La bicicletta oggetto di analisi in queste pagine è una rara Crescent No. 32 Chainless databile al 1899 che è stata sottoposta a restauro conservativo. È dotata di trasmissione volgarmente chiamata “a cardano”, tecnicamente meglio definita “a copie coniche”. Il vantaggio di tale trasmissione era già stato comprovato anche all’epoca, come testimonia la pubblicità della ditta Cless & Plessing di Graz, la quale mostrava la catena rotta del signore mentre la giovane donzella a bordo di una bici a cardano, con lo sguardo, sembrava prendersi gioco di lui. Ricordiamo che la sostituzione di una catena, alla fine del XIX secolo, poteva significare a livello temporale un imprecisato fermo macchina presso i meccanici ciclisti, i quali potevano essere costretti ad attendere anche diversi giorni per l’arrivo di una catena con passo e dimensioni corrette, visto che non c’erano ancora standard definiti.

L’utilizzo della trasmissione a coppie coniche ovviava dunque alle problematiche menzionate, tuttavia faceva aumentare vertiginosamente il prezzo di produzione e, di riflesso, il prezzo al pubblico: da 35 dollari per il modello Crescent No. 15, dotato di catena, si passava a ben 60 dollari per il modello Crescent No. 17 Chainless. Erano anni di sperimentazioni, nei quali la bici costituiva un perfetto banco di prova per soluzioni tecniche e meccaniche d’avanguardia che dovevano funzionare ma allo stesso tempo anche piacere al pubblico.

La Crescent No. 32 Chainless è senz’altro una bicicletta di gran pregio e dall’alto contenuto tecnologico. Il telaio in acciaio è di tipo extra leggero a congiunzioni invisibili, con l’alloggiamento dedicato alla coppia conica debitamente filettato per alloggiare il carter copri movimento e la forcella, che presenta due rinforzi a sbalzo di forma triangolare in corrispondenza delle estremità superiori. Il manubrio è composto da due elementi, ovvero da una pipa disgiunta rispetto alla piega che permette a quest’ultima di assumere sia la posizione alta tipica dei manubri dei primi del ‘900 sia un aspetto più aggressivo, di tipo corsaiolo, più confacente a una clientela sportiva.

Le ruote sono dotate di cerchi da 28″ ½ al posteriore da 36 fori, con ancora la targhetta originale Western Wheel Works, e da 32 fori all’anteriore. Per il cerchio anteriore si è provveduto alla sostituzione in quanto danneggiato in modo irreparabile. I mozzi, di fattura tipicamente made in USA, presentano una sezione classica per il posteriore, mentre per quello anteriore la bici è stata dotata di una flangia alleggerita che prevede l’utilizzo di raggi aventi aggancio (lato mozzo) con forma a chiodo, da infilare dal centro del mozzo verso il cerchio. Particolarissimo e quasi inedito è il sistema di lubrificazione di questi mozzi, il quale comprende un oliatore centrale e due condotti che dal centro del mozzo convogliano l’olio verso i cuscinetti, per lubrificarne i movimenti.

Il movimento centrale, come accennato precedentemente, è a coppie coniche ed è tutt’altro che di facile realizzazione. I maestri meccanici erano in grado di calibrare in modo impeccabile tutti i cuscinetti e i registri presenti nel movimento della Crescent per un totale di quattro giri di sfere: due al movimento centrale e due in corrispondenza dei vertici dell’albero di trasmissione. Nonostante possa sembrare una banalità o una scelta di poco conto, anche in questa soluzione la Crescent aveva adottato la propria cifra stilistica, utilizzando dei registri tanto accattivanti quanto geniali, definiti a raggiera.

UN GIOCATTOLO PREZIOSO

I registri dei cuscinetti vedevano appunto l’impiego di una ghiera raggiata posta sul diametro esterno della calotta temprata e la rotazione graduale ne determinava la miglior registrazione possibile. Successivamente, si procedeva al bloccaggio della posizione grazie a una vite di blocco o a speciali fermi posti sul telaio, i quali si posizionavano all’interno degli alloggiamenti presenti sulla parte esterna delle ghiere. Tali registri ricordano per certi aspetti i più datati registri a pettine presenti sui bicicli.

Ultimo elemento di grande fattura è il carter posteriore copri movimento, realizzato in fusione di alluminio, proprio come i moderni basamenti dei motori a combustione interna. Tale elemento è composto da due gusci ed è dotato di tre punti di fissaggio tramite viti. L’utilizzo di un carter in fusione di alluminio fa sì che sia fissato al telaio in modo saldo e preciso, evitando il fastidioso rumore che può scaturire dall’utilizzo di un carter di minor qualità come quelli realizzati in lamierino di ottone.

I pedali solitamente rappresentano l’ultimo componente da equipaggiare sulla bicicletta prima di eseguire il test finale su strada. Purtroppo, però, non è stato questo il caso: durante il tentativo di montaggio di una coppia di pedali conservati, coevi al periodo della bici, non è stato possibile procedere in quanto il filetto originale delle pedivelle si è scoperto essere di 20 filetti per pollice tipo UNF e non il classico 9/16, rispettivamente destro e sinistro. Tale inconveniente non ci ha scoraggiato e abbiamo proceduto al rifacimento di entrambi i perni, così da poter equipaggiare la bici con dei pedali coevi, seppur ritoccati. Qualcuno potrebbe chiedersi se non sarebbe stato più semplice “ripassare” il foro della pedivella con il maschio da 9/16 anziché costruire due perni pedali dal nulla. Le ragioni di questa scelta sono sostanzialmente due. A livello tecnico, le filiere da 9/16 hanno un diametro esterno troppo grande e maggiore rispetto al foro dei pedali presente sulle pedivelle. Inoltre, il bordo esterno delle pedivelle della Crescent è troppo sottile per poter sopportare diametri maggiori rispetto a quelli progettati. Il secondo motivo è che, a livello pragmatico, possiamo riagganciarci alla battuta di Lee Child ossia «La differenza tra gli uomini e i bambini sta nel prezzo dei loro giocattoli», per cui abbiamo optato per una soluzione che si è rivelata sì più costosa ma anche più rispettosa e rappresentativa di una bici straordinaria come questa Crescent No. 32 Chainless.


Collezione e foto: Carlo Azzini Velocipedi e Biciclette Antiche Azzini


Scheda tecnica

Marca: Crescent

Modello: No. 32 Chainless 

Anno: 1899

Telaio: in acciaio

Trasmissione: a coppie coniche (cardano) a scatto fisso

Mozzi: con sistema di oliatura dedicato

Cerchi: Western Wheel Works da 28″ ½ 32 – 36

Sella: in cuoio


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Tag: BE66Ottocento
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È in arrivo BE77, 100 pagine a colori dedicate al mondo del ciclismo vintage. Siamo molto felici e orgogliosi di aver dedicato la copertina alla bicicletta di uno dei più grandi, Gino Bartali, e di averlo fatto in collaborazione con il Museo del Ciclismo Gino Bartali di Ponte a Ema (FI), grazie al quale abbiamo potuto raccontarvi la storia unica di questa bicicletta da pista che Ginettaccio ha tenuto con sé per oltre vent'anni di carriera.

In totale, sono ben 11 le biciclette che trattiamo in questo numero: Rambler Light Roadster 1900 (Enzo Manfré); Legnano Mod. 52 SL Electa (Mauro Carini); Ciclo Piave Corsa 1955 (Emanuele Zardetto); Gielle Corsa 1983 (Lorenzo Berti); Fausto Coppi C4 Lugano 53 1993 Oscar Pellicioli (Fabio Dri); Takhion Pista 1990 (Enri Biavati); Compaigne Croix Super-Tri-Porteur 1938 (Carlo Azzini); Steve Potts Signature 1990 (Marco Ugherani); France Sport Donna 1925 (Luciano Cascioli); Lorenzo Monti, infine, ci illustra come ricostruire perni e coni di una Gritzner n°1 d'inizio Novecento.

Abbiamo poi le solite grandi storie, tra cui una enorme raccontata da Alessio Berti, quella del "Tasso" Bernard Hinault, uno dei più grandi di sempre. Marco Pasquini, invece, ci svela la carriera di Mario Fossati, giornalista essenziale, mentre Carlo Delfino ci porta a pedalare con Rodolfo Muller e Attilio Pavesi. Giovanni Battistuzzi, invece, ci racconta l'incrocio di destini tra i Mondiali di ciclismo e quelli di calcio. 

Spazio alla cultura con la storia di Henri Pélissier, estratta da Paolo Ghiggio dal libro "Noir, la bicicletta e la cronaca nera", e con il libro "Pino, coeur de lion" dedicato a Giuseppe Cerami. Fausto Delmonte illustra l'incredibile tecnologia dei telai ad aria compressa e Alfredo Azzini come sempre chiude raccontando la genesi dei velodromi europei.

Non mancano in apertura tutte le news dell'Eroica e dei vari club e musei e bellissima chiacchierata con Roberto Lencioni, in arte Carube.

Un numero da non perdere, frutto di un grande lavoro di squadra, che trovate in edicola o sul sito sprea.it.

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